Regionali, Campo Largo ma visione stretta

Il campo largo e le spine delle Regionali: il caso Campania e l’imbarazzo democratico. È scontro tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca sul nome di Fico. Il Pd parla di alleanze ma sembra in piena guerra civile. E il M5s? Sta a guardare.

È un copione già visto, quello che va in scena in queste ore sotto il sole della Campania. Protagonisti noti: Elly Schlein con la bussola del campo largo, Vincenzo De Luca con la clava in mano, Roberto Fico con il profilo istituzionale del candidato che scontenta la parte sbagliata del Partito. E come comparse d’obbligo, i Cinque Stelle – prudenti, guardinghi, opportunamente defilati – e le voci di Avs che sussurrano autorevolezza e coerenza. Il copione è noto. Ma il finale ancora no.

Il Campo Largo? Su Instagram

Vincenzo De Luca

Siamo al solito bivio della sinistra italiana: dialogo o guerra interna? Schlein, nel bel mezzo di una visita in Campania, rivendica “passi avanti” nelle alleanze. Un messaggio chiaro a don Vincenzo De Luca, che pochi giorni fa aveva fatto fuoco e fiamme contro l’ipotesi di Roberto Fico candidato alla guida della Regione. La Segretaria non fa marcia indietro: anzi, rilancia. E nel rilancio c’è tutta la posta in gioco di un Partito Democratico ancora prigioniero delle sue correnti e dei suoi veti incrociati. Succede quando, invece di cavalcare la natura del Partito, ci si ostina a volerlo cambiare.

Perché la verità è che il Campo Largo funziona bene soltanto nei post su Instagram. Sulla carta è tutto bello: unire le forze, costruire coalizioni coese, battere le destre. Ma nella realtà, il campo si restringe ad ogni nodo politico irrisolto. Prendiamo la Campania: Schlein vuol chiudere l’intesa con Conte e Fratoianni su un nome riconoscibile, Fico. Ma De Luca – l’uomo forte del territorio, che ha saputo dominare il Pd locale a colpi di percentuali bulgare – non ci sta. Sa che con Fico finisce la sua stagione, e non lo dice: lo urla.

Matteo Ricci con Sara Battisti

Lui, De Luca, è il paradosso perfetto della sinistra di governo. È l’ultimo dei renziani in trincea, il capo di un sistema locale efficiente quanto refrattario al cambiamento. E come ogni sistema che si rispetti, non accetta diktat da Roma. Così la Segretaria si trova a gestire una situazione che definire schizofrenica è poco: cerca l’alleanza con il M5s, ma deve sfidare il suo stesso governatore. Invoca la coesione, ma nel frattempo esplodono i casi Ricci nelle Marche e le perplessità sul bis di Giani in Toscana. Per non parlare della Puglia, dove Decaro non gradisce l’ingombrante ritorno di Emiliano e Vendola.

Chi dà le carte per le Regionali?

La vera domanda è: chi tiene in mano il bandolo della matassa? Per ora nessuno. Il M5s osserva e si defila: Gubitosa dice che si tratta di “problemi interni al Pd” e che loro pensano ai temi. Ma sotto sotto, Conte sa bene che il caos dem può giocare a suo favore. In Campania ha pronto Fico, nelle Marche si è già aperto a Ricci (purché l’interrogatorio fili liscio), in Toscana non ama Giani ma non gli chiude la porta. Si posiziona. E attende.

Giuseppe Conte

In questo scenario, la politica rischia di diventare esercizio di equilibrismo senza rete. Perché il problema non è solo chi candidare, ma su quali basi farlo. Il “campo largo” non può essere una sommatoria di nomi e simboli. Deve essere un progetto. O almeno, una narrazione condivisa. Invece oggi somiglia più a una riunione di condominio: si discute su chi ha acceso le luci del cortile, su chi ha portato via le chiavi del portone, su chi deve pagare le scale.

Schlein ci crede. O almeno, non può permettersi di non crederci. Ha bisogno di chiudere le partite regionali mostrando leadership e visione. Ma il vero test sarà se riuscirà a farlo senza rinunciare a sé stessa. Perché – ed è bene ricordarlo – se alla fine il candidato in Campania sarà deciso da chi urla di più e non da chi unisce meglio, allora il Campo Largo sarà già finito. Prima ancora di cominciare.