Riforma fiscale, il ceto medio al centro: cavallo di battaglia o cavallo di Troia?

Parte la corsa alla manovra, si lavora al taglio Irpef. Caccia a 4 miliardi per ridurre l'aliquota dal 35% al 33%. Trovare i fondi necessari è complicato. Ma le divergenze tra gli alleati mettono a rischio l'efficacia della riforma

Parola d’ordine: aiutare il ceto medio. È il mantra che si ripete nelle dichiarazioni ufficiali e nei corridoi parlamentari, quasi fosse la nuova preghiera laica della politica italiana. Il fatto che, nel frattempo, spiagge e ombrelloni restino mezzi vuoti e il carrello della spesa corra più di un maratoneta, offre alle opposizioni un assist perfetto per accusare il governo di immobilismo sui salari. Ma nel centrodestra, almeno a parole, l’urgenza è chiara: mettere qualche soldo in più nelle tasche di chi produce e consuma.

Forza Italia, in questo, si muove con l’ostinazione di un collezionista che cerca l’ultima moneta rara: il taglio dell’Irpef per gli scaglioni intermedi. La proposta è nota: abbassare l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 60mila euro. Numeri alla mano, il responsabile economico Maurizio Casasco calcola 440 euro di risparmio annuo per chi sta sotto i 50mila e 1.440 euro per chi li supera fino a 60mila. Non cifre da rivoluzione copernicana, ma abbastanza per poter dire, in campagna elettorale, di aver fatto qualcosa.

Trovare i soldi per la riforma

Giancarlo Giorgetti (Foto © Imagoeconomica)

Il problema, come sempre, è trovare i soldi. Quattro miliardi, per la precisione. Gli azzurri giurano di sapere dove pescare: concordato fiscale, ravvedimento operoso, crescita dell’occupazione (che, magicamente, farebbe aumentare anche le entrate). Peccato che il ministro Giorgetti, con la prudenza di un ragioniere più che di un politico, ricordi che c’è un deficit da riportare sotto il 3% già nel 2026 per uscire prima dalla procedura d’infrazione.

E mentre il Mef avvia i primi incontri pre-pausa estiva, la lista della spesa si allunga: due miliardi in più per la sanità promessi da Orazio Schillaci; stabilizzazione dell’Ires premiale, come vuole Maurizio Leo; mille agenti in più per la polizia penitenziaria chiesti da Giorgia Meloni; credito d’imposta per la moda da 250 milioni suggerito da Adolfo Urso; fondi per estendere la Zes a Umbria e Marche; e un intervento sul tetto agli stipendi della Pa dopo lo stop della Consulta.

(Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

Poi c’è la Lega, che tra una rottamazione fiscale in cantiere al Senato e un “blocco” dell’età pensionabile in fase di verifica con la Ragioneria, lancia l’idea di finanziare la pace fiscale con un contributo delle banche. Sullo sfondo, le due anime della maggioranza continuano a contendersi lo scettro della “vera” riforma fiscale: da un lato la flat tax incrementale e le rottamazioni leghiste, dall’altro i tagli selettivi di Forza Italia.

Ognuno per se

Per ora, più che un piano organico, sembra la sceneggiatura di un’opera corale in cui ognuno canta la propria aria sperando che il pubblico — alias l’elettorato — trattenga solo il ritornello che gli è più gradito. Il rischio? Che la parola d’ordine “aiutare il ceto medio” si trasformi in un cavallo di Troia: dentro, invece di un alleggerimento fiscale strutturale, potrebbe esserci solo un modesto bonus da una tantum.