Riformista dove sei, e soprattutto come stai messo nell’Europa che vuoi

Lo stallo del moderati dem che non vogliono consegnare il partito alla segretaria Schlein, ma che non hanno ancora un "piano"

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Un dato secco e per certi versi difficilmente confutabile: i riformisti del Partito Democratico non calano una briscola seria da anni ormai. Sono presenti nelle squadre territoriali, sono agguerriti su media e nei talk show che stanno gradualmente riprendendo mordente stagionale sulle tv. Tuttavia non hanno una sola formazione capace collegialmente di influire sulle scelte parlamentari dei Dem.

Certo, in apice gerarchico c’è, – o sarebbe meglio dire – c’era Stefano Bonaccini. Cioè l’antitesi di Elly Schlein che alle Primarie le aveva prese da un voto plebiscitario di non tesserati ma alla fine l’ex governatore dell’Emilia Romagna si è diluito nella vernice massimalista delle sua già vice.

I renziani senza Renzi

Matteo Renzi (Foto: Marco Ponzianelli © Imagoeconomica)

Attenzione. Bonaccini resta un renziano di ferro fra i renziani che non seguirono Renzi ma attualmente la sua funzione strategica all’interno del Nazareno che presiede è uguale a quella di un sicario in trip di camomilla.

Trip voluto, certo, perché il tipo è uno che sa temporeggiare ma funzionalmente oggi sta alla sferzata riformista del Pd come la forfora sta alla seratina figa con la morosa.

È come se Paolo Gentiloni avesse una bussola smagnetizzata. E che gli indica sempre la direzione verso il suo stesso petto, e fosse costretto, per trovare una rotta, a sentirsi (separatamente) con i sornionissimi Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Paolo Gentiloni (Foto: Daina Le Lardic via Imagoeconomica)

E la cartina di tornasole di questa situazione iperbolicamente ma non troppo disegnata? Prendiamo il voto di pochi giorni fa sulle spese militari. Contro l’ukase di Schlein hanno votato solo in tre: Lorenzo Guerini (che ha presieduto la Difesa), Lia Quartapelle e l’ex pasionaria rinascimentale di Renzi Marianna Madia.

In tre contro la mozione Schlein

Significherà pur qualcosa no? Vediamo cosa. Innanzitutto aggiungiamo idealmente all’equazione quel Piero Fassino che, impegnato fuori confini, comunque oggi non sta certo in scia con la segretaria.

Piero Fassino (Foto: Giuliano Del Gatto © Imagoeconomica)

Ma il dato è un altro e dà la cifra perfetta della frammentazione del Nazareno: con quattro mozioni quattro su tema unico e con un’Europa che invoca, almeno dai partiti più rappresentativi, posizioni più univoche e definite.

Giuste o sbagliate che siano sono loro il vero collante di quell’argine al duopolio Usa-Russia/Cindia che sta disegnando il nuovo assetto planetario. E questa si chiama responsabilità, non settarismo ideologico, ne va delle sorti di 27 Nazioni che una volta il mondo lo comandavano. E di quelle della transizione dell’automotive in Italia, tanto per dirne una inside.

CHRISTINE LAGARDE E IRENE TINAGLI FOTO © FOTO © DOMINIQUE HOMMEL / IMAGOECONOMICA

Sul fronte Ue sono attivi personaggi quanto meno senzienti come Elisabetta Gualmini, Giorgio Gori, Pina Picierno (anti-Schlein patentata) o Irene Tinagli, ma non hanno rispondenza galvanica a Roma.

Ma è la seconda parte dell’asse che fa acqua: da noi si mormoricchia da tempo di una Direzione nazionale, una vera resa dei conti, che probabilmente non arriverà, a contare che forse l’ultimo step delle Regionali sarà quello di fine novembre per il Veneto.

Aspettiamo le Regionali…

(Foto: Vince Paolo Gerace © Imagoeconomica)

Al Nazareno sono in molti a premere per la deadline, ma non sono pochi quelli che hanno capito che, forse, il campo largo ultrapop messo in piedi da Schlein potrebbe reggere o addirittura fiorire temporaneamente. Soprattutto in Campania, Marche e Toscana.

Perciò per il momento meglio attendere, anche a discapito di un’Europa coesa che tutti vogliono ma che nessuno costruisce fattivamente, dalle nostre parti.

Elly Schlein (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Insomma, quella che Linkiesta chiama la “ Schlein machine” oggi è oliata più del motore di una Lancia Stratos. Questo perché oggi ogni riformista che si rispetti sta messo come l’Asino di Buridiano: nel dubbio fra lasciare a Schlein tutto l’osso del Nazareno o lasciare quei locali per fare casa a sé se ne sta tra color che son sospesi.

Il guaio è che una volta i partiti operavano per mettere in raccordo le istituzioni con le istanze della società, non bettole autoreferenziali coi tavoli in competizione. Perciò chi da questo stallo esce con le ossa rotte è soprattutto quest’ultima, ed in un momento delicatissimo.

Attenzione, non tutte le colpe sono da attribuire ai moderati dem.

Tempo polarizzato

Maurizio Landini (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Questa è un’epoca di polarizzazione naturale, oggi vincono quasi sempre gli urlatori e non è un caso che, anche a sinistra, i detrattori della Schlein la accusano di essersi piegata ai voleri di due “rockstar” come Giuseppe Conte e Maurizio Landini.

E la soluzione di certo non risiede nell’ennesima Fondazione che i riformisti hanno messo in piedi usando Ventotene come spot fondativo di alto valore simbolico.

Il guaio è proprio quello, il simbolismo: cioè la capacità di lanciare messaggi senza (quasi) mai tradurli in azione.