Roberto Donatelli, il poliziotto che indagava tra i fantasmi

Dopo quarant’anni di servizio lascia la Polizia di Stato il sostituto commissario che ha fatto scuola a Cassino. Memoria vivente di indagini e casi drammatici, uomo di discrezione e di coraggio, ha sempre messo al centro le persone, anche quando non potevano più parlare.

Esausto. Quel pomeriggio era tornato senza più forze. Non tanto per l’incidente che aveva dovuto rilevare al mattino: i rilievi da prendere al millimetro, i dettagli da non dimenticare per il verbale, le foto che non possono uscire né bruciate né sfocate perché la scena non si può ripetere. È la tragedia della morte che arriva lungo la strada: appostata dietro una curva, nascosta in una chiazza d’olio, mimetizzata da innoqua pozza d’acqua.

Quel pomeriggio l’ispettore della Polizia Stradale Roberto Donatelli era sfinito perché appena consegnato il suo rapporto al magistrato di turno nella Procura di Cassino e smontato dal servizio, il cellulare era squillato di nuovo. Un altro dramma. Una coppia di fidanzati schiantatasi con l’auto sulla Cassino – Formia. E lui era ripartito e coordinare i soccorsi, la viabilità, i rilievi… Impossibile delegare: ci sono cose che un Comandante deve governare in prima persona. Perché non esistono gli errori degli altri ma solo quelli di chi non li ha saputi evitare.

Arrivato di nuovo a casa, con il nuovo fascicolo già pronto per il Sostituto di Turno, il poliziotto alto e largo come un Granatiere era andato a buttarsi un po’ sul letto. Il sonno era arrivato subito: profondo, fisico, comatoso, senza sogni, come succede a chi è fisicamente allo stremo.

La vittima nel sonno

(Foto © Stefano Strani)

Poi all’improvviso un’immagine era apparsa nel buio. Un giovane. Mai visto prima. O forse si: l’immagine era quella del ragazzo ritratto nelle foto stupide che ti scattano per i documenti, impalato e senza espressione perché le Patenti e le Carte d’Identità devono essere asettiche. L’aveva vista qualche ora prima quella foto, mentre prendeva le generalità per il verbale.

Non era asettico, non aveva l’espressione finale che hanno i cadaveri quando hanno esalato l’anima. Garbato, compito, il morto apparso nel sogno del poliziotto era arrivato con educazione. Che traspariva nella voce: Ispettò, fatemi una cortesia. Io e la fidanzata mia eravamo andati a scegliere i mobili per sposarci. Fatemi un favore, se guatdate bene, nella macchina trovate un pupazzetto: me lo aveva regalato lei. Non fatemi andare via senza”.

Un sussulto. Non era il primo morto che Roberto Donatelli vedeva tra le lamiere. E non sarebbe stato l’ultimo. Lui, poliziotto dentro, non si sarebbe mai impressionato: nemmeno se un morto gli fosse apparso davanti mentre era con gli occhi aperti. Ma quel pomeriggio reinfilò gli anfibi e la divisa ed andò nell’officina dove l’auto dell’incidente era stata appoggiata dopo il sequestro. Rovistò. E da sotto un sedile saltò fuori un pupazzetto, esattamente come quello che il ragazzo gli aveva descritto nel sonno. Lo prese e si diresse subito verso l’obitorio: lo sistemò dentro la bara: «Riposa in pace».

L’anima oltre i numeri

Roberto Donatelli

Gli uomini in divisa non si raccontano con i numeri, non si tratteggiano con gli anni di servizio, le operazioni chiuse, le denunce, gli arresti. Per loro parlano le storie. Quelle che lasciano un segno profondo: nell’anima e non solo nei faldoni degli archivi giudiziari, nelle strade, nei volti, nelle vite delle persone. Ne aveva tante di queste storie il Sostituto Commissario Roberto Donatelli.

Dopo quarant’anni di servizio nella Polizia di Stato ora ha salutato i colleghi del Commissariato di Cassino. Un addio discreto, senza fanfare, come è sempre stato il suo stile. Quello della Vecchia Scuola nella quale era stato forgiato: un tempo nel quale i computer stavano solo al Ministero e le indagini si facevano consumando la suola delle scarpe, camminando, osservando, aspettando. Notti intere al freddo, in macchina o all’angolo di una strada, dietro a un appostamento, senza che nessuno lo sapesse. Ore e ore a pedinare con lo sguardo una persona, a ricostruire i movimenti, a incastrare i dettagli. Senza l’aiuto di algoritmi, senza telecamere intelligenti, senza intelligenza artificiale. Solo intuito ed esperienza. Che bastava e avanzava.

Perché Donatelli era – e rimane – una memoria storica vivente. Un archivio fatto persona. Era capace di associare in pochi secondi un volto a un nome, un nome a un’indagine, un dettaglio a una dinamica. Una memoria fotografica, allenata da anni di osservazione e intuizione. Un investigatore che ha sempre saputo dove guardare, anche quando gli altri distoglievano lo sguardo.

Il colpo che non venne sparato

Indimenticabile fu il caso legato alla morte del piccolo Mauro Iavarone, l’adolescente assassinato da un branco che doveva essergli amico: una delle indagini più complesse e drammatiche degli ultimi anni. Il padre di uno dei giovani fermati per quell’omicidio perse completamente il controllo, deciso a vendicarsi a ogni costo. L’obiettivo: la madre di un altro dei colpevoli, divenuto nel frattempo reo confesso. Tutti sottovalutarono la minaccia. Tutti tranne Donatelli.

Lui seguì quell’uomo per giorni, silenziosamente, con la consapevolezza – lucida e dolorosa – che da un momento all’altro avrebbe potuto commettere un reato. E fu grazie alla sua tenacia, alla sua capacità di “sentire” prima ancora che vedere, che quella tragedia annunciata non si consumò. Nessuna tecnologia avrebbe potuto prevederlo. Nessun software avrebbe potuto salvarla. Lo fece lui, da solo.

L’eredità di Donatelli

Negli ultimi anni, alla guida della squadra di polizia giudiziaria del Commissariato di Cassino, Donatelli ha lasciato un’impronta profonda. Non solo per le operazioni concluse con successo – e sono state tante – ma per il metodo, la dedizione, il rispetto per la divisa e per le persone. Ha fatto scuola, senza mai salire in cattedra.

La sua ultima operazione, prima del pensionamento, ha messo la parola fine a una pericolosa minaccia che incombeva sul centro di Cassino. Un’indagine complessa, conclusa con l’arresto di due soggetti ritenuti responsabili di aver attentato alla vita dei cittadini. Un addio alla professione con il sigillo dell’efficacia e della Giustizia.

Oggi, nel giorno in cui ripone il distintivo, rimane il vuoto di una figura esperta. Perché ogni investigatore, la sua esperienza, il suo fiuto, non si rimpiazzano. Non si clonano, non si programmano. Non li trovi nei manuali, né nei database. Restano nei ricordi dei colleghi, nelle pagine dei verbali, negli sguardi di chi sa cosa significa davvero “fare polizia”.

È l’eredità che anche Roberto Donatelli lascia. Ora potrà andare a dormire ogni volta che lo vorrà: senza che ci siano vittime a bussare al suo sonno per chiedergli di poter riposare in pace.