Rocca rompe i vecchi schemi: in piazza con il suo popolo

Francesco Rocca partecipa alla manifestazione dei tifosi della Lazio contro Lotito. Non un gesto da tifoso: una scelta istituzionale precisa. Per la prima volta un presidente di Regione riconosce una comunità sportiva come fenomeno sociale degno di ascolto.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Per anni la politica italiana ha osservato il mondo del tifo nel calcio da lontano: con prudenza, e anche un po’ di diffidenza. Qualche volta addirittura con imbarazzo. Le piazze dei lavoratori, degli studenti, degli agricoltori, dei sindacati, dei pendolari sono sempre state considerate luoghi naturali della rappresentanza politica. Quelle del calcio no. Fino a ieri.

Perché la manifestazione organizzata dai tifosi della Lazio contro il presidente Claudio Lotito verrà ricordata non solo per i numeri: comunque importanti, con migliaia di persone tra Ponte Milvio e il Flaminio. O per i cori e gli striscioni, alcuni evocativi come quello in testa al corteo con scritto «libertà». Verrà ricordata per un’immagine destinata a restare negli archivi della politica regionale, anzi nazionale. Tra la folla, senza palco e senza protocollo, ma con la sciarpa biancoceleste al collo, c’era il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca.

«Non sta a me decidere, ma sta a me ascoltare»

Francesco Rocca

Rocca non si è limitato a una presenza silenziosa. Ha spiegato il senso della sua partecipazione: «Come governatore sto ascoltando la sofferenza dei tifosi. Non sta a me prendere decisioni, ma sta a me essere qui ad ascoltare la sofferenza della gente. Questo disagio non può restare inascoltato». E poi: «Questo è un popolo ferito che chiede di essere ascoltato. La gente merita risposte. Non si tratta più di pochi sostenitori: oggi è un intero popolo che esprime un disagio».

Parole che hanno assunto inevitabilmente un peso politico particolare: anche perché Claudio Lotito, oltre ad essere presidente della Lazio, è senatore di Forza Italia, dunque della stessa area politica di maggioranza che sostiene il governo regionale. 

Ma sarebbe certamente riduttivo leggere questa presenza come un semplice gesto da tifoso. Un presidente di Regione sa perfettamente che ogni sua presenza pubblica assume un rilevante significato istituzionale. Impensabile che Rocca non abbia valutato i pro e i contro di una decisione così impattante. Anche perché nel 2028 si rivota per la Regione e Rocca sarà sicuramente candidato.

Una Regione in piazza con una comunità sportiva

Il punto vero sta proprio qui. Per la prima volta un presidente di Regione sceglie di condividere fisicamente una manifestazione nata nel mondo del calcio, riconoscendo che quella protesta non riguarda più soltanto l’aspetto sportivo. Riguarda una comunità. Quando decine di migliaia di persone manifestano pacificamente, coinvolgendo famiglie, giovani, anziani e intere generazioni, il fenomeno smette di essere esclusivamente sportivo. Diventa sociale. E quando un fenomeno diventa sociale, la politica non può limitarsi ad osservarlo dalla finestra.

Esiste una differenza sostanziale tra rappresentare un territorio e frequentarlo. La politica oggi comunica quasi esclusivamente attraverso comunicati stampa, conferenze. E soprattutto reel, post e campagne social. La presenza fisica è diventata quasi un’eccezione. Ieri, invece, la Regione Lazio ha comunicato con il linguaggio più antico della politica: la presenza. Non un decreto presidenziale. Non una delibera di Giunta. Nemmeno una conferenza stampa. Ma la scelta di stare dentro una piazza, con la gente, in mezzo alla gente.

Solo il dovere di ascoltare

Ovviamente la Regione non ha competenze sulla proprietà della Lazio né sulle decisioni societarie del club. Rocca, coerentemente, non ha rivendicato poteri che non possiede. Ma ha rivendicato il dovere di ascoltare cittadini che esprimono un disagio collettivo.

Per anni si sono visti presidenti di Regione scendere in piazza accanto ai lavoratori di aziende in crisi, accanto ai sindaci dopo un’alluvione o un terremoto, vicino agli agricoltori, con gli operatori sanitari. Mai, almeno nella memoria recente, accanto a una comunità sportiva organizzata in una manifestazione di protesta. Non perché il calcio valga più di altri temi, ma perché quella piazza rappresentava qualcosa di più del calcio: un’identità collettiva, un senso di appartenenza, una richiesta di ascolto.

E non conta nulla, nell’economia delle valutazioni finali, che fossero tifosi della Lazio. Potevano essere tifosi della Roma, del Frosinone, del Latina o della Viterbese. O addirittura potevano anche non essere tifosi. Erano una comunità. Il principio non cambia.

La crisi di prossimità e la passione civile

Claudio Lotito (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

La politica soffre spesso di una crisi di prossimità. Troppe volte la gente ha la sensazione che le istituzioni siano lontane. Ieri, almeno simbolicamente, quella distanza si è ridotta. Rocca ha dimostrato che la politica (e soprattutto l’istituzione) può smettere di essere asettica e diventare passionale, nel senso più alto del termine. Non la passione del tifo, o comunque non soltanto, ma la passione civile per una comunità che vive un disagio. Come se la Regione dicesse: quando un problema sociale riguarda una comunità del Lazio, noi ci siamo, anche se il teatro del conflitto è uno stadio e non una fabbrica, un ospedale o un singolo territorio.

Come diceva il filosofo e scrittore Miguel de Unamuno«Il sentimento non nasce dalle idee, ma le idee nascono dai sentimenti»La protesta dei tifosi laziali contro il presidente Lotito continuerà probabilmente ad alimentare il dibattito sportivo nei prossimi mesi. Ma la presenza di Rocca alla manifestazione lascia un’eredità molto più ampia. Ha aperto una discussione nuova. Ha lanciato un modo diverso di comunicare, e di fare politica. E ha posto un interrogativo: può una Regione interpretare anche i grandi sentimenti collettivi del proprio territorio? Può considerare il disagio di una comunità sportiva come un fenomeno sociale degno di ascolto? Ieri Francesco Rocca ha dato la sua risposta. Non attraverso un comunicato. Ma camminando in mezzo alla gente.