Il Piano rifiuti del Lazio rimette in gioco un impianto dato per fermo. E dietro le quinte della discarica di Roccasecca si riapre la partita delle grandi manovre
C’è un dettaglio, nei piani pubblici, che conta più degli slogan. È la continuità amministrativa. E il nuovo Piano Regionale dei Rifiuti 2026–2031 della Regione Lazio, al netto delle dichiarazioni di principio sull’economia circolare (bisogna recuperare e riutilizzare il più possibile) e sulla progressiva riduzione delle discariche (più riciclo significa meno immondezzai), dice una cosa molto semplice: la discarica di Roccasecca può tornare in esercizio.
È questa la notizia. Tutto il resto viene dopo.
A volte ritornano

La discarica di Roccasecca non è mai stata formalmente chiusa. La società privata Mad ne aveva sospeso l’attività: ma le autorizzazioni sono rimaste in piedi. E soprattutto, mentre il dibattito pubblico si cullava nell’idea di un capitolo archiviato è andata avanti la realizzazione del quinto invaso. Cioè la quinta enorme buca destinata ad accogliere altri rifiuti, come previsto ormai da anni in base ad un’autorizzazione regionale. Un fatto tecnico, apparentemente neutro, che oggi assume un peso politico preciso.
Il Piano regionale non fa retromarce clamorose né annunci roboanti. Fa qualcosa di più sottile: ricolloca Roccasecca dentro il perimetro funzionale del sistema regionale di smaltimento. Non come simbolo del passato, ma come opzione disponibile. Pronta, se necessario, a essere riattivata.
La sospensione Mad e il mercato che si muove

La scelta presa negli anni scorsi dalla società privata Mad di sospendere l’attività appare ora per quello che era: una decisione aziendale, non una svolta di sistema. E infatti potrebbe essere superata a breve da un altro dato, altrettanto concreto: la discarica è sul mercato.
Fino a pochi giorni fa, per acquisire l’impianto di località Cerreto a Roccasecca, in pole position c’era l’imprenditore di Ferentino Rosettano Navarra, figura ben nota nel panorama industriale nazionale. Un’acquisizione che avrebbe mantenuto l’impianto in una dimensione privata, territoriale, per così dire “a bassa voce”.
Ora però la scena è cambiata. A tornare in campo è Acea Ambiente, la multiutility del Comune di Roma. Un soggetto di tutt’altra scala, per missione e per peso politico. Se Acea dovesse davvero rilevare l’impianto, la discarica di Roccasecca cesserebbe di essere un pezzo della questione locale per diventare un nodo strutturale del sistema laziale dei rifiuti. Perché?
Il nodo strutturale

Acea è una multiutility ed appartiene interamente al Comune di Roma. Possiede già il terzo pezzo del sistema dei rifiuti nella provincia di Frosinone: il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio, che produce e vende energia elettrica alimentandosi con i rifiuti trasformati in “carburante”. E stando ai rumors ha sondato la possibilità di rilevare EnergiaAnagni, la società che è stata autorizzata a costruire il biodigestore ad Anagni mettendo fine ai costosissimi viaggi degli avanzi di cucina e delle erbe falciate in ciociaria per portarli in Veneto dove li trasformano in anidride carbonica per le bibite ed in gas bio per far circolare in maniera pulita i bus pubblici e le auto.
Acquisendo Mad, la società capitolina si ritroverebbe a gestire tutto ciò che significa ‘smaltimento‘ in provincia di Frosinone. Legittimo. Funzionale per molti versi. Ma questa operazione rischia di mettere nel mirino anche il pezzo più importante e pregiato del sistema: Saf, la società pubblica (appartiene in parti uguali ai Comuni ciociari, a prescindere da abitanti ed immondizia prodotta) che lavora i rifiuti prodotti dai cittadini. È lì che vengono trasformati in nuovi materiali (metallo e plastica) e ‘benzina‘ per il termovalorizzatore di San Vittore.
Frosinone, territorio cerniera

Non è un caso che tutto questo accada nella Provincia di Frosinone. Il nuovo Piano parla di autosufficienza, di equilibrio tra territori, di fine delle concentrazioni. Ma non riscrive la geografia. Si limita a usarla.
Frosinone resta una provincia-cerniera: non il centro decisionale, non il margine innocuo. Un territorio dove il ciclo dei rifiuti può ancora chiudersi, se serve. Roccasecca, con le sue autorizzazioni intatte e un invaso in più, è la prova plastica di questa continuità.
La politica delle carte, non dei proclami
C’è una lezione, in questa vicenda, che vale oltre Roccasecca. I piani regionali non fanno politica con i proclami ma con le carte. Non dicono “apriamo”, non dicono “chiudiamo”. Dicono: “questo impianto è utilizzabile”. Ed è spesso sufficiente.

Soprattutto creano le condizioni per rendere ancora più prezioso quel gioiello che è la Saf. Oggi nelle mani dei sindaci ma domani a rischio speculazione se proprio i sindaci non avranno gli occhi aperti. E lungimiranza. La stessa che avrebbe dovuto consigliare di essere loro a mettere le mani sulla Mad: ma nelle assemblee dei soci a nessuno è mai venuto in mente di proporre il tema. Perché quell’operazione avrebbe messo in mani pubbliche anche l’immondezzaio, organizzato, strutturato, efficiente e soprattutto autorizzato.
Il resto lo fanno il mercato, le trattative, gli equilibri tra pubblico e privato. Se a vincere fosse Acea Ambiente, il messaggio sarebbe chiaro: Roma torna a guardare verso sud per garantire la tenuta del sistema. Se prevalesse un soggetto privato, cambierebbero i toni, non la sostanza. Ma se i sindaci avessero capito che potevano giocare le loro carte, sarebbe stata una partita del tutto diversa.
Per Roccasecca, e per il territorio, invece la partita è appena ricominciata. Con una certezza in più: la discarica non è un residuo del passato. È una pagina ancora aperta del presente.



