Salvate Meloni dal suo vittimismo che sta facendo (troppe) vittime

Una leader obiettivamente non molto lontana dalla bravura assoluta ma ancora troppo vicina alle sue paure ancestrali

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Il diniego all’istituzione di una Zes apposita per le province di Frosinone e Latina che ha rovinato il pomeriggio alla Consulta dei Sindaci c’entra poco. Piaccia o meno lì lei un filo di ragione ce l’ha e come. Come pure poco c’entra l’equilibrismo, tutto sommato dignitoso, con cui lei ieri ha arringato dagli scranni dell’Onu.

Il vero problema per considerare Giorgia Meloni una politica matura e molto più sul pezzo della media del periodo è il suo perenne vittimismo.

Un certo suo modo cioè di presentare ogni azione, ogni scenario, ogni contesto come il luogo quasi fisico in cui qualcuno ce l’ha con lei e con il suo “way of life” politico ed amministrativo di scala massima.

Maledetto bipolarismo

Giorgia Meloni

Il bipolarismo stretto di questi tempi, che via via sembra sempre pronto a sfrattare l’idea che nello scenario italiano esista un centro moderato che sappia dare davvero le carte, ha la sua parte di colpa.

Tuttavia c’è un dato ed è dato quasi psicologico: ci si inizia a chiedere cioè se Meloni non sia solo una che “ci faccia”, ma in primis che possa essere una che “ci è”.

E’ vero, presentarsi alle masse come vittima di perenni complotti, trame e tranelli è una caratteristica quasi innata in una certa destra italiana, ed è quella stessa destra che affonda le radici in anni lontani ed oscuri, ma il dato è un altro.

Donald ti copio…

(Foto © Gage Skidmore)

Sembra che, oltre che a copincollare per necessità Donald Trump, Meloni stia sovrascrivendo alla sua esperienza politica di rango il suo vissuto scarsino. Una sorta di format per cui, in presenza di figure “parafulmine”, è sempre più facile dire che se una cosa accade è perché c’è qualche gufo sul ramo a dirigerla.

Certo, il legame della premier con gli Usa Maga che in questi giorni si dividono sull’omicidio Kirk è fortissimo e quasi obbligato.

E certamente nel modello trumpiano di mettere alla berlina giornalisti, giudici ed oppositori come se fossero parti della società da “espurgare” e non componenti necessarie la leader di Fdi ci si riconosce al 100%.

Lessico piagnone

Ma sembra proprio che non basti, quello che Meloni ha inaugurato è un lessico troppo “piagnone” per essere solo funzionalista a consensi interni ed endorsement foresti.

Additare in ogni sacca di dissenso un “cluster” che trama contro il benessere degli italiani è tipico della politica sovranista spinta, che prende a target da arruffianarsi solo suoi e non tutti anche quando raggiunge vette istituzionali. Ma non basta.

Non basta a spiegare il lessico bruto e la cinesica tiroidea di una donna che non riesce ad uscire dalla mistica della Garbatella.

La stroncatura di Fini

Francesco Rutelli e Gianfranco Fini (Foto Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

Non quella politica, ma quella esistenziale in cui le “pastarelle” avevano come epicentro domestico la casa dei nonni. Oggi siamo arrivati per sua parte al punto da evocare le “Brigate Rosse” solo per usare un orribile assassinio in chiave anti-sinistrorsa, e Gianfranco Fini, ex padre putativo della Meloni, ha chiaramente detto due cose mentre duellava con una Lilli Gruber particolarmente urticante.

Che lui non lo avrebbe fatto mai e che qualcuno lo ha fatto oggi è perché il materiale quello è.

Poco calibro

Palazzo Chigi

Insomma, il contesto è davvero quello di un depauperamento generale del calibro politico italiano, ma ancora non basta.

Bisognerebbe stabilire esattamente – come ha scritto mirabilmente Francesco Cundari in un abstract su Linkiesta – il limite fra strategia e patologia. Perché per essere pop non si deve avere necessariamente sempre il dente avvelenato.

E perché la prima vittima della Meloni che abbiamo è la Meloni che avremmo potuto avere. E che forse a questo punto non vedremo mai.

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