Le minoranze di Alatri lanciano una raccolta firme per difendere l’ospedale San Benedetto: no all’Ospedale di Comunità, sì a reparti e personale. Un appello aperto al territorio, mentre la maggioranza resta assente.
Dovrebbe essere un luogo di cura e di speranza. Invece l’ospedale di Alatri è da anni terreno di scontro politico e di silenzio. Ed è proprio contro questo silenzio che le minoranze consiliari hanno deciso di alzare la voce, scegliendo uno strumento antico e insieme radicale: una petizione popolare.
Non un convegno, non un documento da addetti ai lavori. Una raccolta firme aperta a tutti, all’intero comprensorio nord della provincia di Frosinone, senza steccati di Partito. Un gesto che, letto con attenzione, dice molto più di quanto sembri. Dice che il San Benedetto non è solo un presidio sanitario ma un simbolo. E che quando un simbolo si indebolisce, il territorio sente di perdere qualcosa di essenziale.
Non frammentazione ma convergenza

L’incontro al Chiostro di San Francesco, sabato mattina, è stata occasione che nasce dal basso. Sei consiglieri di minoranza, provenienti da storie e sigle diverse, seduti allo stesso tavolo: Pd, Alatri in Comune, Noi per Alatri, Patto per Alatri. Una pluralità che, per una volta, non era frammentazione ma convergenza. Assente la maggioranza. Un’assenza che pesa più di molte parole.
Il messaggio lanciato è stato diretto, quasi ruvido: al di là dei lavori in corso, il San Benedetto starebbe vivendo un depotenziamento progressivo e silenzioso. Pediatria che si svuota, Cardiologia non garantita h24, Chirurgia ridotta a week surgery, Laboratorio Analisi senza biologi stabili, Radiologia con numeri di personale nettamente inferiori rispetto agli altri ospedali della provincia. I numeri, in questi casi, non sono neutri: sono una diagnosi.
No al declassamento, si alla petizione

Ma il punto politicamente più sensibile è un altro. Il no secco all’ipotesi di trasformare parte dell’ospedale in Ospedale di Comunità. Non una battaglia ideologica ma una presa di posizione netta su cosa debba essere il San Benedetto: un presidio per acuti, non un primo passo verso una riconversione che rischia di cambiare natura alla struttura. È qui che affiora il timore vero: che dietro il linguaggio delle riforme e delle normative si nasconda una scelta irreversibile.
La petizione nasce per questo. Per costringere tutti a uscire dall’ambiguità. Per chiedere rinforzi, personale, servizi. Ma soprattutto per rimettere la sanità al centro del dibattito pubblico, sottraendola alla logica perversa per cui le decisioni arrivano sempre dall’alto e vengono spiegate solo a cose fatte.
C’è in questa iniziativa anche una sfida implicita alla politica locale. Perché chiamare alla firma “senza distinzioni” significa mettere ciascuno davanti a una responsabilità: stare dalla parte dell’ospedale o rifugiarsi nelle appartenenze. Il rischio, lo sanno bene gli stessi promotori, è che alla fine le bandiere contino più dei letti, le tessere più dei reparti. Ma intanto il dado è tratto.



