Il sindaco Mastrangeli rivendica l’interesse pubblico e le sentenze del Tar, ma il provvedimento sulla scuola Pietrobono sfrattata ieri è un’azione esecutiva: niente giudici amministrativi, un solo rimedio e margini minimi per fermare lo sfratto.
Il giorno dopo lo sfratto della scuola Pietrobono con lo sgombero di studenti ed insegnati affidato ai carabinieri, il Comune alza la voce. Ma la sostanza giuridica, purtroppo per Palazzo Munari, resta la stessa.
Nella giornata di ieri il Giudice delle Esecuzioni ha dato il via libera alla vendita della scuola ed ha fissato la data. All’asta per ripagare un debito del proprietario. Quella scuola l’ha fatta il Comune, con soldi pubblici e da decenni viene usata dagli studenti: ma siccome l’esproprio del terreno su cui è stata costruita non è stato seguito da un atto che completasse l’acquisizione, terra ed immobile risultano ancora del vecchio proprietario. Che ora è sotto procedura esecutiva e per questo il giudice ha ordinato la vendita. (Leggi qui: Una scuola all’asta: i perché dello sfratto alla “Pietrobono” ordinato dal Tribunale).
Il sindaco Riccardo Mastrangeli oggi ha diffuso una nota per rassicurare famiglie e studenti e rivendicare l’azione dell’Amministrazione a tutela dell’interesse pubblico, del diritto allo studio e della continuità didattica. Parole forti, toni istituzionali, un messaggio chiaro: la scuola è un bene pubblico, costruito con fondi pubblici, utilizzato da oltre cinquant’anni come presidio educativo e sociale, e come tale va difeso.
Ma il Tar ci dà ragione

Il Comune ricorda anche che la legittimità dell’acquisizione dell’area su cui insiste la scuola è stata confermata da una sentenza del TAR del Lazio – sezione di Latina, pubblicata nel 2025 e ormai definitiva. Una pronuncia che, secondo l’Amministrazione, avrebbe riconosciuto la correttezza dell’operato comunale e la prevalenza dell’interesse pubblico legato alla funzione scolastica.
Mastrangeli arriva a definire quello della Pietrobono “il primo caso noto in Italia” di sgombero di una scuola media in attività per soddisfare i creditori di un privato. E avverte: se passa questo principio, nessun ospedale, nessuna sede giudiziaria, nessuna scuola o edificio pubblico sarebbe più al sicuro. Sarebbe il caos per la certezza del diritto.
Il problema, però, è che questa non è una disputa amministrativa. È un’esecuzione.
Il muro del Diritto

Ed è qui che la linea politica si schianta contro il muro del diritto processuale. Il provvedimento che ordina la liberazione dell’edificio non nasce da un contenzioso davanti al TAR né da una valutazione di opportunità amministrativa. È un atto emesso dal giudice dell’esecuzione nell’ambito di una procedura esecutiva immobiliare. Tradotto: né il TAR né il Consiglio di Stato c’entrano nulla.
In questi casi la legge prevede un solo rimedio: l’opposizione agli atti esecutivi. Un’azione che non si propone davanti ai giudici amministrativi, ma allo stesso giudice che ha firmato il provvedimento di sgombero. Ed è un rimedio tecnicamente possibile, certo, ma estremamente difficile da far accogliere, soprattutto quando la decisione è motivata – come in questo caso – dall’esigenza di rendere il bene libero per favorirne la vendita al giusto prezzo di mercato.
Il richiamo alle “leggi speciali”, alle sentenze amministrative e alla funzione sociale dell’edificio ha un peso politico e simbolico. Ma sul piano processuale rischia di restare fuori fuoco. L’azione esecutiva segue regole proprie, impermeabili ai principi che valgono in altri ambiti del diritto.
L’acquisizione sanante

Il Comune ribadisce che l’acquisizione sanante è stata effettuata nel rispetto della normativa sulle espropriazioni per pubblica utilità, con il deposito dell’indennizzo dovuto. Ed è vero che quella procedura nasce proprio per salvaguardare opere pubbliche essenziali. Ma il nodo è un altro: l’emersione della procedura esecutiva e della posizione debitoria del proprietario del suolo ha rimesso tutto in discussione, spostando la partita su un terreno molto più scivoloso.
Così oggi resta una doppia fotografia. Da un lato, un sindaco che rivendica il dovere di difendere una scuola, un simbolo, un pezzo di città. Dall’altro, una procedura giudiziaria che procede con la freddezza dei codici, dove l’interesse pubblico pesa, ma non sempre basta.
La politica promette di “percorrere ogni strada”. Il diritto, per ora, ne indica una sola. Ed è in salita.



