Se i Consiglieri regionali del Lazio non hanno più Roma

La riforma costituzionale assegna a Roma poteri speciali ma rischia di mantenere un Consiglio regionale inadeguato. Che ci restano a fare alla Pisana i 36 Consiglieri Regionali romani se le competenze sono passate a Roma capitale? È necessaria una ristrutturazione per garantire lo sviluppo integrato tra la Capitale e le province.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

C’è un’antica usanza, tutta italiana: quella di lasciare le sedie dove sono anche quando la mappa è cambiata. Si riscrive la geografia del potere ma si finge che le stanze siano sempre le stesse. È quanto rischia di accadere con l’approvazione della riforma costituzionale che consegna finalmente a Roma i poteri di una vera Capitale. Perché lascia intatto un meccanismo politico che rischia di diventare, a breve, una macchina inceppata.

La questione è semplice: oggi il Consiglio regionale del Lazio è composto da 50 consiglieri. Di questi, ben 36 — oltre i due terzi — sono eletti nella sola circoscrizione di Roma. E qui viene il nodo: se la Capitale diventa un ente a sé, con poteri legislativi su urbanistica, trasporti, commercio, cultura, turismo, edilizia e via dicendo, che ci stanno a fare quei 36 a discutere di politiche agricole del Reatino o di sanità nel Frusinate?

Il paradosso

(Foto © IchnusaPapers)

Il rischio del paradosso è concreto. Questi rappresentanti, legittimamente eletti, si troveranno a decidere di territori che non conoscono e su cui, per formazione e indirizzo, hanno scarsissimo interesse. Mentre la città che dovrebbero rappresentare — Roma, appunto — sarà altrove, fuori da quell’Aula, gestita da un’amministrazione rafforzata nei poteri ma ancora gracile nelle strutture.

A quel punto, la conseguenza più razionale e inevitabile sarà una sola: ridisegnare anche la mappa del potere locale. Non è una punizione, è semplice logica istituzionale. Quei 36 consiglieri dovranno trovare nuova casa nell’Assemblea Capitolina, che a quel punto dovrà diventare un Parlamento urbano, all’altezza della responsabilità nuova. Lo stesso dicasi per la Giunta, che dovrà smettere i panni della giunta di un maxi-comune e assumere quelli di un vero governo metropolitano.

Insistere nel tenere tutto com’è sarebbe un’anomalia istituzionale. Significherebbe avere un Consiglio regionale del Lazio schiacciato sulle dinamiche provinciali, con due terzi dei suoi membri interessati a tutt’altro. E una Roma con poteri da Capitale, ma senza un organo legislativo e amministrativo all’altezza di tali funzioni.

Non se ma come

Del resto, anche i più fieri difensori dello status quo difficilmente saprebbero spiegare quale legittimità abbiano, domani, consiglieri regionali romani che non potranno più toccare un tema che riguardi direttamente la loro città. Non è questione di campanile, è questione di buon senso democratico.

Il vero dibattito che si apre dopo la riforma non è solo sul “se”, ma sul “come” implementarla. E in quel come, la ricollocazione istituzionale dei rappresentanti romani è la madre di tutte le riforme. Perché un assetto nuovo non si costruisce solo con le norme: si costruisce spostando le persone là dove il lavoro serve, là dove le responsabilità sono reali, là dove — finalmente — Roma potrà essere davvero Roma. Ma senza doppioni, senza zavorre, senza illusioni.

Daniele Maura (foto © Stefano Strani)

L’unico a porre la questione, sul piano politico, è stato il vicepresidente della Commissione Regionale Sviluppo, Daniele Maura (FdI). Al quale è stato garbatamente risposto di tacere perché non è il momento di rovinare la festa. Vero. Ma il problema c’è e rimane.

No alle due velocità

È palese poi un altro rischio. Se Roma sale c’è la concreta possibilità che il resto del Lazio resti fermo. O peggio, indietreggi. Emblematico è il caso della provincia di Frosinone, dove si sta consumando una crisi lenta ma profonda, fatta di fabbriche chiuse, delocalizzazioni a vario livello, giovani in fuga e un disagio sociale che assume contorni sempre più preoccupanti. Lo dicono i dati Istat: entro il 2035 la Ciociaria perderà oltre 30.000 persone in età lavorativa. Un’emorragia demografica che, se non affrontata con politiche mirate, rischia di trasformare il territorio in un’enclave di pensionati, impoverita sul piano produttivo e umano.

Foto © AG IchnusaPapers

Gli effetti sono evidenti. Il declino industriale ha lasciato dietro di sé uno scenario di disoccupazione cronica, mentre le delocalizzazioni hanno assestato il colpo di grazia a un tessuto produttivo già fragile. Senza una vera politica di riequilibrio territoriale, la riforma su Roma, pur indispensabile, rischia di sembrare come un’operazione d’élite, percepita come un privilegio riservato a chi vive dentro il perimetro del Grande Raccordo Anulare. Di fatto una riforma, completa a metà.

Serve allora un patto di coesione tra Capitale e territorio. Riconoscere poteri speciali a Roma è giusto ma deve diventare il motore di uno sviluppo integrato, che coinvolga anche le province di Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo.  Perché se Roma è il cuore, le province sono le arterie che lo alimentano e se queste si indeboliscono, anche la Capitale rischia il collasso. Roma può diventare davvero la locomotiva del Paese solo se traina anche i territori che la circondano. 

Un atto isolato

Il palazzo della Regione

La riforma costituzionale è un passo importante ma non può rimanere un atto isolato. Perché il futuro dell’Italia si costruisce storicamente a Roma ma si misura nella qualità della vita di chi abita anche a Frosinone, Cassino, Ceccano, a Sora, ma anche a  Rieti o a Latina o a Viterbo.

Il nuovo volto di Roma deve riflettersi nello specchio di un Lazio più equo, solidale, coeso e capace di affrontare, in modo uniforme, le sfide della competitività territoriale. Altrimenti il rischio è quello di una Capitale forte ma in una regione debole.

E questo non fa bene a nessuno.