Nel giorno dell'anniversario della strage di Capaci, il bene confiscato al clan Giuliano di Sant'Elia Fiumerapido si trasforma nel simbolo concreto di una legalità che educa, include e costruisce futuro. Tra studenti, istituzioni e testimonianze, emerge una lezione politica e civile: la differenza tra un rudere e una rinascita non la fanno i muri, ma la visione.
Una casa strappata alla mafia può diventare un centro sociale. Oppure può restare un rudere. La differenza non la fanno i muri. La fanno gli uomini. E soprattutto la visione. A Sant’Elia Fiumerapido, nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci, non si è celebrato soltanto il ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Si è scritta una pagina di storia civile che parla al presente e soprattutto al futuro.
Perché quando decine di bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie attraversano il cancello di un bene confiscato alla criminalità organizzata indossando magliette rosse, bianche e verdi sulle note di Pensa di Fabrizio Moro, non siamo più davanti a una semplice manifestazione. Siamo davanti a un passaggio simbolico potentissimo: lo Stato che restituisce speranza dove un tempo c’erano paura, arroganza e potere criminale.
L’idea del dirigente scolastico Nazario Malandrino, sostenuta dal corpo docente e dall’Arma dei Carabinieri del Comando Provinciale e della Compagnia di Cassino insieme ai colleghi del Corpo Forestale, ha avuto il merito di trasformare la memoria in esperienza concreta. Non una lezione frontale sulla mafia. Un’immersione emotiva dentro il significato più profondo della legalità.
Dal clan Giuliano al Consorzio Sociale

Il luogo scelto non era casuale. Quel bene confiscato al clan Giuliano è oggi sede operativa del Consorzio dei Servizi Sociali, presieduto da Simone Costanzo e diretto da Emilio Tartaglia. Dentro quelle stanze si svolgono attività a sostegno di persone con disabilità, fragilità, problematiche psicologiche e psichiatriche. È forse questa la più alta forma di giustizia sociale: trasformare un simbolo del potere mafioso in un luogo dedicato alla cura delle fragilità.
Nel corso della manifestazione è stato anche piantato un albero, donato dal Corpo Forestale dello Stato e dal Parco degli Aurunci. Un gesto semplice solo in apparenza. Perché quell’albero affonda le proprie radici nello stesso terreno in cui per anni la criminalità aveva provato a seminare paura. E invece oggi, in quel luogo, crescono memoria, coscienza civile e speranza.
È il simbolo più autentico di ciò che dovrebbe essere ogni bene confiscato: non soltanto un patrimonio recuperato, ma una vita nuova restituita alla comunità.
Il rischio che la vittoria si trasformi in sconfitta

I beni confiscati non sono semplicemente immobili sottratti ai clan. Sono strumenti culturali, presìdi educativi, occasioni di riscatto collettivo. Ed è qui che il tema diventa profondamente politico. Secondo i dati dell’ANBSC, migliaia di beni confiscati in Italia attendono ancora una destinazione concreta. Alcuni vengono restituiti alla collettività. Troppi restano abbandonati, impigliati nella burocrazia, nell’assenza di fondi, nella paura amministrativa o nell’incapacità di progettare futuro.
Per questo Sant’Elia e Cassino rappresentano oggi un modello. Perché hanno capito che il vero valore di un bene confiscato non è economico. È pedagogico. Un ragazzo che entra in un luogo appartenuto alla criminalità e lo vede trasformato in un centro di inclusione sociale comprende una cosa fondamentale: la mafia può essere sconfitta. Non soltanto arrestando i latitanti. Ma sostituendo il dominio con la comunità.
È impossibile non pensare al caso opposto: il palazzo del Seicento confiscato di Monte San Giovanni Campano, lasciato andare verso la rovina, destinato ora all’abbattimento. Non per colpa della mafia. Ma per l’assenza di visione. E forse anche di coraggio. È questa la vera sconfitta dello Stato: non quando un clan costruisce il proprio potere, ma quando la comunità non riesce a trasformare quella sottrazione in rinascita.
Angelosanto, le parole che lasciano il segno

La presenza del generale Pasquale Angelosanto ha dato ulteriore profondità alla giornata. Angelosanto — l’uomo che ha guidato le indagini culminate nella cattura del superlatitante Matteo Messina Denaro, oggi Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e consigliere della Corte dei Conti — ha lasciato un segno con una frase durissima ma tremendamente vera: «Ogni grande legge di tutela dei cittadini contro la mafia è nata dopo una morte innocente». Falcone e Borsellino non appartengono alla memoria retorica di questo Paese. Appartengono al nostro presente irrisolto.
Un momento di intensa commozione si è vissuto quando la professoressa Fiorella Fiorito ha scandito l’appello delle vittime innocenti di mafia. In quel silenzio c’era probabilmente la fotografia più autentica della giornata: ragazzi giovanissimi costretti a confrontarsi con il male prodotto dagli adulti.
Nel dibattito moderato dalla giornalista Angela Nicoletti, con gli interventi di Walter Bianchi di Libera, è emerso con forza il nodo centrale: oggi i giovani crescono dentro una società dominata dall’apparenza, dalla violenza verbale, dalla solitudine emotiva e dall’incapacità degli adulti di educare al limite, alla responsabilità e alla comunità.
Sant’Elia ha scelto la strada opposta

E allora il recupero dei beni confiscati diventa molto più di una politica patrimoniale. Diventa una scelta educativa nazionale. Perché un bene confiscato può diventare una palestra sociale, una biblioteca, un centro per l’autismo, uno spazio per il disagio mentale, un laboratorio per ragazzi, un presidio culturale. Oppure può morire lentamente nell’indifferenza.
Sant’Elia Fiumerapido ha scelto la strada opposta. Ha scelto di riempire quei muri di bambini, di disabilità accolte, di insegnanti, di carabinieri, di memoria, di musica, di emozioni. Ha scelto di dimostrare che la legalità non è una parola astratta, ma una porta aperta. È un ragazzo che entra in una casa confiscata alla mafia e per la prima volta non prova paura. Ma appartenenza.


