Produzione ai minimi storici a Cassino Plant: dodici giorni lavorati e nuove fermate annunciate. Sindacati uniti convocano la mobilitazione più imponente dell’ultimo quarto di secolo. I sindaci fanno fronte comune: in gioco c’è il futuro industriale del territorio.
Dodici giorni di lavoro: l’emergenza nuda e cruda
Dodici giorni di lavoro dall’inizio dell’anno. Sei annunciati dopo il 10 marzo. Poi un nuovo stop fino a Pasqua. Sono numeri, non opinioni. Che tracciano la linea del collasso industriale, definiscono l’orlo del precipizio, il buco nero nel quale rischia di finire una struttura che nel 1972 dava lavoro a 12mila addetti e sfornava le gloriose Fiat 131 e le Fiat 126. Quei numeri raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione la condizione in cui si trova Stellantis Cassino Plant. Una produzione ai minimi storici, linee ferme più spesso che attive, un indotto che lavora ancora meno della casa madre. Non è una flessione stagionale: è un sistema che scricchiola.
La risposta è arrivata in modo compatto. I sindacati dei metalmeccanici – FIM, FIOM, UILM, FISMIC, UGLM – hanno proclamato per il 20 marzo la più grande manifestazione degli ultimi venticinque anni sulle strade di Cassino. Non uno sciopero rituale ma una mobilitazione nazionale che punta a riportare al centro dell’agenda politica una crisi che rischia di diventare strutturale.

L’ultima volta che la città si fermò così, la piazza del Municipio si riempì fino a traboccare e metà della vicina piazza delle Poste fu occupata da migliaia di persone. Era una vertenza. Oggi è qualcosa di più: è la tenuta di un intero territorio.
Il corteo partirà da Piazza De Gasperi, attraverserà il Corso della Repubblica e si concluderà in Piazza Diaz con la presenza delle segreterie nazionali dei metalmeccanici. Un segnale politico, prima ancora che sindacale. Perché quando uno stabilimento lavora dodici giorni in due mesi, non è solo l’azienda a fermarsi. Si fermano i consumi, si fermano gli investimenti, si ferma la fiducia.
E senza fiducia, l’economia locale non regge.
Fronte comune o ultima difesa per Stellantis?

Non è un caso che la Consulta dei sindaci del Cassinate si sia riunita due volte in pochi giorni. Quando i primi cittadini tornano al tavolo con questa frequenza, significa che la crisi non è più una percezione ma un dato acquisito. Ha deciso che aderirà alla manifestazione: tutti i sindaci, tutto il cassinate, con la fascia ed il gonfalone
Il sindaco di Piedimonte San Germano, Gioacchino Ferdinandi, ha parlato di fronte comune. Il sindaco di Cassino, Enzo Salera, ha insistito sulla necessità di un’azione sinergica tra istituzioni e parti sociali. Il consigliere regionale Daniele Maura ha annunciato lo sblocco di 12 milioni di euro per la legge a sostegno dell’indotto, criticando i silenzi attribuiti a Stellantis sul futuro del plant. Il presidente di Unindustria Cassino, Vittorio Celletti, ha invocato strategie condivise.
Parole diverse, stessa consapevolezza: Cassino non è uno stabilimento, è un ecosistema industriale. Che si sta spegnendo insieme ai modelli che oggi produce: Alfa Romeo Giulia e Stelvio, Maserati Grecale. Le prime due, nate ai tempi di Sergio Marchionne, stanno durando oltre ogni più rosea previsione. Ma accusano gli anni. recentemente è stata prolungata la loro vita fino al 2027 ma gli ordini sono ridotti al lumicino in assenza di un restyling e di un aggiornamento anche dell’elettronica. (Leggi qui: Quadrifoglio, il rombo di Giulia e Stelvio che sfida il tramonto elettrico).
Al tavolo con Stellantis e non da spettatori

La Consulta ha chiesto di partecipare al tavolo sull’indotto fissato per l’11 marzo al Ministero dello Sviluppo. Non è una formalità. È la volontà di non restare spettatori. Perché il rischio più grande non è la crisi in sé, ma la marginalizzazione nelle scelte strategiche.
La mobilitazione del 20 marzo, sostenuta dai sindaci, segna un passaggio importante: la vertenza diventa questione comunitaria. Non solo lavoratori, ma commercianti, artigiani, imprese della logistica, famiglie.
Quando la politica locale decide di sfilare accanto alle tute blu, manda un messaggio chiaro: questa partita non si gioca contro qualcuno ma per evitare che il territorio venga ridotto a periferia industriale.
Transizione e silenzi: il nodo industriale

La crisi di Cassino non nasce all’improvviso. È figlia di una transizione industriale accelerata, di una competizione interna ai siti produttivi sempre più serrata, di scelte strategiche che premiano piattaforme e modelli allineati alla nuova domanda globale. L’Attivo unitario di RSA e RSU riunito oggi ha parlato senza giri di parole: “Una transizione mal governata ha prodotto effetti devastanti”.
Il ricorso agli ammortizzatori sociali, che dovrebbero essere strumenti straordinari, è diventato strutturale. Quando la cassa integrazione diventa normalità, il problema non è più ciclico ma strategico. La domanda che attraversa il territorio è semplice: qual è il futuro di Cassino Plant? Il primo incontro tra il nuovo Ceo Antonio Filosa e le organizzazioni sindacali italiane avvenuto il 20 ottobre scorso a Torino non ha portato certezze: un piano industriale da ridisegnare daccapo, un passato recente fallimentare, un futuro da disegnare con lo stesso coraggio che ebbe Marchionne. E per Cassino? Il generico impegno sul fatto che resterà.
Il Piano Industriale verrà presentato agli investitori a maggio. Fino ad allora, fino all’attuazone di quel piano, ogni settimana di stop erode competenze e filiera. Il 20 marzo sarà una prova di unità. L’11 marzo, al tavolo ministeriale, sarà una prova di verità. La Consulta dei sindaci oggi e la riunione dei sindacati hanno chiesto non assistenza ma chiarezza. Chiedono che la transizione non sia una parola astratta ma un percorso governato. Perché dodici giorni di lavoro in due mesi non sono un incidente. Sono un segnale. E i segnali, quando non vengono ascoltati, diventano crisi conclamate.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



