Sui soldi per vivere la Pisana fa il “Parlamento”, alla faccia dei populismi

Il dibattito sul salario minimo in Italia è irrisolto. Tuttavia, alcune regioni come il Lazio stanno adottando soluzioni pragmatiche. Le iniziative popolari e legislative spesso restano inefficaci, evidenziando un'incapacità parlamentare di risolvere il problema, riducendolo a un simbolo politico piuttosto che a una misura concreta.

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Italia, Danimarca, Austria, Svezia e Finlandia, però la prima si sta attrezzando con una spinta dal basso che arriva dai sistemi locali. Che significa, e su cosa? Che a voto europeo archiviato sul salario minimo la questione è ancora irrisolta per i Paesi qui sopra. Ma che nello specifico dell’Italia si stanno delineando due strade.

La prima, è quella che vede Governo ed opposizioni contrapposte fieramente sul tema, con il primo che non lo riconosce a suon di pezze keynesiane e le seconde che lo invocano.

La seconda, che è sempre via italiana e di governo, ma legata ai governi di secondo livello. Ecco, lì ci sono Regioni che il tema, a spicchi e set, lo stanno affrontando senza la dialettica polarizzante ed urlata degli ultimi 10 mesi. La chiave di lettura è una sola: all’idea di concepire un salario minimo come cosa necessaria ci si dovrebbe arrivare per dinamiche politiche da democrazia parlamentare e non per iniziative lodevoli ma sanculotte.

Fermi al palo ma con l’aureola

Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica

Questo perché con le seconde si tende a privilegiare più l’accusa verso chi non lo vuole che la polpa di ottenerlo, il salario minimo. Perciò si resta fermi al palo ma con una connotazione identitaria più marcata che ha permesso di abbrancare un’oncia di consenso elettorale in più. Dove? Magari proprio alle Europee che hanno disegnato un nuovo quadro politico, a Roma ed a Bruxelles. Ci sono però posti ed ambiti dove l’usta elettorale arriva comunque, ma più in sordina, e lì avvengono piccoli miracoli che sono sintomo dell’attenzione concreta alla questione.

Posti come la Regione Lazio, dove ad esempio Alessio D’Amato, che ha mancato con tutta Azione l’ingresso in Ue, aveva spuntato in aula della Pisana e senza veti di parte politica avversa i 9 euro l’ora minimi sugli appalti. Per lavori, servizi, forniture e concessioni. La mozione del consigliere di Azione è passata in Consiglio e nessuno si è sognato di osteggiarla arroccandosi su posizioni ideologiche di riferimento.

D’Amato e la mozione approvata da tutti

Foto © Imagoeconomica)

Che significa? Due cose: che dove l’eco delle grandi diatribe nazionali di sistema arriva smorzato c’è la serenità necessaria per convergere su temi di palesi utilità. Poi, soprattutto, che dove funziona la dialettica propositiva d’aula le cose tendono ad andare a buon fine. C’è una ulteriore considerazione da fare, ed è quella per cui in Italia si ha l’impressione che le classe politica di rango massimo sia connotata quasi per intero da figure e necessità che impongono l’Ok Corral tra posizioni.

Questo mentre personaggi e circostanze più tecnici in purezza sono appalto e presenza dei governi di secondo livello. Messa meglio: gli urlatori, i soloni ed i tribuni sottovuoto paiono stare tutti proprio dove sarebbe meglio che non ci fossero. E gli sherpa seri sono tutti dove è giusto che stiano ma forse troppo ghettizzati in ruoli che non sono decisivi per il sistema Italia nel suo complesso.

Gli urlatori che stanno tutti al vertice

Facciamo un esempio palese? Da qualche settimana pende una proposta di legge di iniziativa popolare per l’introduzione del salario minimo. L’ha messa a terra quello che fu il “campo largo” ed una apposita delegazione di Pd, M5s e Avs ha portato il testo in Cassazione. Come funzionerà è noto: servono le adesioni, cioè le firme, ma intanato l’iniziativa è entrata nel mainstream. E circola come totem di battaglia social in purezza che mette gli alamari ai firmatari e il bollino nero ai detrattori.

Per carità è roba lodevole, roba che richiama la democrazia diretta, la volontà popolare etc, ma questa è una democrazia parlamentare. E se il Parlamento su un tema come il salario minimo è in panne allora vuole dire che l’iniziativa dal basso sa di rifugio pop. E c’è un dato ulteriore che lo dimostra: Azione di Carlo Calenda, che il salario minimo lo vuole e che con Alessio D’Amato ne ha spuntato una tranche alla Pisana, non è della partita.

Il Foglio l’ha messa giù più chiara, con il consueto, lodevole cinismo. “L’iniziativa legislativa popolare è un istituto di ‘democrazia diretta’, previsto dalla Costituzione”. Il che già mette suggello ad una cosa che in Italia è sempre stata più gargarismo che leva vera. Essa “riconosce ai cittadini, generalmente senza rappresentanza parlamentare, di avviare un procedimento legislativo raccogliendo almeno 50 mila firme”.

I deputati che non fanno i deputati

L’Aula della Camera dei Deputati a Montecitorio

Embè, non va bene? Va benissimo, non bene, solo che “è uno strumento poco efficace dal punto di vista pratico, dato che queste proposte difficilmente arrivano a essere discusse e raramente a essere approvate. Ma hanno una certa efficacia politica e mediatica”. Roba da grillini della prima ora insomma, che aveva un senso assoluto e che ne conserva parte di rango, ma non parte pratica. Questo perché i grillini di un tempo, appunto, in Parlamento non erano rappresentati.

Ma i pentastellati contiani di oggi, i dem di Elly Schlein e gli iscritti di Bonelli-Fratoianni oggi in Parlamento ci stanno e come. Però hanno deciso di fare il botto pubblicistico con una grancassa che probabilmente non porterà a nulla, se non alla loro “unzione ideologica” come paladini di popolo e magneti di consenso d’urna. Decisamente non ci siamo e no, non funziona così. Perché se una legge di iniziativa la propongono i deputati allora vuole dire che ciò a cui sono stati, appunto, “deputati”, loro stessi lo considerano marginale e poco funzionale.

C’è un cardine che sembra essere sfuggito ai più: i parlamentati vengono eletti, insediati e pagati appunto per questo, proporre e fare leggi. E ripiegare su una cultura pop che mette loro addosso i panni tribunizi di quelli che vogliono raccogliere firme sa di due cose.

Errori di forma e di sostanza. Errore nella forma e tentativo nel merito di accalappiare roba d’urna. Con tanti saluti alle regole di ingaggio che meglio sostanziano la loro mission. E sì, con tanti saluti all’oggetto stesso della mission: quel salario minimo che per l’ennesima volta, in un paese fatto di totem, è diventato più movente che motivo.