Le dimissioni annunciate su Ciociaria Oggi del presidente del Consiglio comunale Massimiliano Tagliaferri conducono ad un punto di non ritorno la maggioranza di Frosinone. I motivi formali e quelli reali. Le conseguenze pratiche. Ed il rischio di uno scenario balcanico
È contro una delle regole fondamentali della politica: le dimissioni non si annunciano ma si rassegnano. Ma la decisione annunciata dal Presidente del Consiglio Comunale di Frosinone Massimiliano Tagliaferri di dimettersi dalla carica ed anche da quella di Consigliere comunale anticipata oggi con un’intervista a Corrado Trento su Ciociaria Oggi è ancora più micidiale e dirompente proprio per questo. È un colpo potenzialmente mortale, sparato e giunto al bersaglio: che innesca una lenta agonia prima di deflagrare.
Le dimissioni saranno formalizzate in giugno, dopo la seduta sul Rendiconto. Una doppia uscita, senza appello e senza richiesta di mediazione.
Devastante sul piano politico

«Non è uno strappo, né una rottura personale o politica. È una scelta di vita maturata con serenità e senso di responsabilità», ha dichiarato Tagliaferri a Corrado Trento. Una formula elegante per descrivere qualcosa di politicamente devastante: uno dei principali pilastri della coalizione di centrodestra – assessore in entrambi i mandati del precedente sindaco Nicola Ottaviani, eletto Presidente d’Aula nel 2022 per via delle centinaia di preferenze ottenute alle Comunali – che abbandona tutto. Non per un litigio, non per un accordo mancato. Per disgusto.
Sul piano formale, il disgusto ha un nome preciso: il metodo. Tagliaferri aveva posto al sindaco Mastrangeli cinque questioni amministrative concrete: dall’ascensore inclinato fermo da anni al Multipiano, dalla scuola Pietrobono al centro di trasferenza, fino alle strisce blu. Risposta ricevuta: nessuna. Da un anno. Nel frattempo, il Comune — secondo le sue parole affidate a Ciociaria Oggi — «sembra l’Isola dei Famosi: soltanto visibilità e difesa delle poltrone». Non si amministra, si recita.
Sul piano sostanziale è evidente che quelle cinque questioni fossero solo un pretesto. La sostanza è altra ed è ben diversa. È evidente che tra il sindaco Mastrangeli (e Nicola Ottaviani) con Max Tagliaferri ci fosse un’intesa ben più ampia e di sostanza legata al futuro. Quella cambiale politica non è stata onorata ed il presidente ha ritirato la sua firma sotto al progetto che lo vedeva coinvolto sul piano amministrativo. Liberandosi le mani per le prossime elezioni. E prendendo le distanze.
Il problema immediato e concreto

Le dimissioni dalla presidenza del Consiglio aprono un problema immediato e concreto: va eletto un successore. Fino all’elezione del successore, a presiedere le sedute sarà il vicepresidente del Consiglio, oppure – in assenza anche di questa figura – il Consigliere più anziano di età. Una soluzione tampone, priva di autorevolezza politica e destinata ad alimentare ulteriore instabilità nell’aula di Palazzo Munari. Fino all’elezione del nuovo presidente.
Quella elezione sarà il primo banco di prova numerico per una maggioranza che ha approvato il bilancio con appena 18 voti favorevoli su 33. Bastano due assenti, un’astensione di troppo, un dissidente che decide di non esserci, e si va al secondo turno. Con il rischio concreto di una figura presidenziale eletta con i voti dell’opposizione, o peggio, di un’aula che non riesce a esprimere nessun nome condiviso.
La presidenza del Consiglio non è decorativa: chi la occupa fissa l’ordine del giorno, decide i tempi delle convocazioni, gestisce il flusso del lavoro consiliare. Una risorsa di potere reale. Fratelli d’Italia, forza dominante del centrodestra cittadino, potrebbe rivendicarla come riconoscimento del suo peso crescente. La Lega, ridimensionata ma presente, potrebbe volerla come segnale di sopravvivenza. Forza Italia, con Pasquale Cirillo già proiettato verso un’ipotesi di candidatura a sindaco, potrebbe preferire tenersi le mani libere piuttosto che legarsi a una carica istituzionale di questa consiliatura.
La sostituzione in Aula

Il rimpiazzo in Aula come consigliere arriverà automaticamente con Veronica Pugliese, prima dei non eletti della Lista Ottaviani: un cambio che teoricamente non modifica i numeri ma toglie alla coalizione uno dei suoi fondatori. E praticamente? La Lista Ottaviani non ha avuto un andamento lineare in questi anni, parte del dissenso interno è arrivata da lì, come dimostra anche questa nuova situazione. Il voto di Pugliese sarà certo? Nulla oggi può essere dato per scontato.
C’è uno scenario che nessuno nella maggioranza vuole nominare ad alta voce: un’Aula bloccata, incapace di eleggere il presidente, che riflette pubblicamente la difficoltà della coalizione di trovare sintesi al proprio interno. In quel caso non si tratterebbe più di una crisi gestibile in silenzio. Diventerebbe una crisi conclamata, con tutte le conseguenze che ne derivano: inclusa la possibilità che qualcuno decida di forzare la mano verso una verifica politica formale della tenuta del sindaco.
Punto di non ritorno

La lettura di Corrado Trento su Ciociaria Oggi è netta: non si tratta di un punto di svolta ma di un punto di non ritorno. Perché la “galassia della Lega” attorno a Ottaviani e Mastrangeli è ormai ridimensionata; FdI ne è uscita come forza dominante del centrodestra; e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, rappresentato in giunta dal vicesindaco Antonio Scaccia, è una variabile che nessuno può più ignorare. Il quadro del 2022 non esiste più.
Eppure la macchina va avanti. Il BRT avanza, i cantieri avanzano, il traffico peggiora e le tensioni si moltiplicano. Si va avanti come se nulla fosse cambiato, incuranti di tutto quello che sta succedendo. In questo modo è un’agonia lenta e micidiale, una sconfessione goccia a goccia, una presa di distanza quotidiana.
Tagliaferri ha detto a Corrado Trento che lascia con serenità. È probabile. Meno sereno sarà chi, nei prossimi giorni, dovrà trovare un nome capace di raccogliere diciassette voti certi in un’Aula dove la certezza è diventata la merce più rara. Il BRT doveva eliminare il traffico di Frosinone e rendere le sue strade più veloci. Nella realtà ha fatto solo una cosa: ha accelerato una resa dei conti che era inevitabile. Ora è servita.



