Top e Flop, i protagonisti di giovedì 10 settembre 2026

Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 10 settembre 2026.

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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 10 settembre 2026.

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TOP

CLAUDIO DURIGON

Matteo Salvini

Un caffè a Roma Nord, cinque governatori, una tregua che dura fino a Pontida e forse nemmeno fino a lì. Sul tavolo, le richieste che contano davvero: una segreteria collegiale, un’associazione del Nord, la testa di Massimiliano Romeo come capogruppo al Senato. Matteo Salvini incassa, nicchia, promette di «ragionarci». È la grammatica classica della trattativa tra un Segretario indebolito e una fronda che ha smesso di sussurrare. (Leggi qui: Durigon il ragioniere, mentre il Nord fa i fuochi d’artificio).

Un salvagente per superare la burrasca in atto glielo ha già consegnato nelle ore scorse il senatore del Lazio Claudio Durigon con la sua due giorni “In Tua Difesa” alle Officine Farneto. Numeri e sostanza. Numeri politici con i quali dire che Matteo Salvini non è un leader all’angolo: dimostrando che la sua scelta di fare della Lega Nord un fenomeno nazionale si è rivelata esatta perché nel Lazio c’è un presidio leghista composto da senatori, deputati, assessori regionali, consiglieri regionali e provinciali, comunali.

Ma leggere questa tregua solo come un problema di poltrone significa perdere il punto politico più interessante. Luca Zaia lo dice senza giri di parole: «Senza il Nord scompariamo». È una minaccia esistenziale, non tattica. E contro una minaccia esistenziale, Salvini non può rispondere solo con un manifesto programmatico da scrivere insieme: gli serve qualcosa di concreto da mettere sul tavolo prima che l’associazione territoriale diventi un partito nel Partito.

Il paradosso della collegialità promessa

Claudio Durigon mette a disposizione non solo identità, non soltanto bandiere: anche numeri di manovra, pensioni, fisco giovani, cioè materiale concreto sull’azione politica che la Lega sta svolgendo per i cittadini del Nord e di tutto il resto d’Italia.

Il paradosso è che Salvini accetta di «condividere» ma lo fa avendo già in mano qualcosa da condividere che non è la segreteria: è la sostanza tecnica del Lazio. Governare la tregua con i contenuti di Durigon, invece che con le poltrone chieste dai governatori, è l’unico modo per Salvini di restare Segretario sostanziale mentre concede la messa in scena della collegialità.

Resta da vedere se questo basterà a Pontida, quando il conto dei numeri dovrà misurarsi con quello, ben più insidioso, dei rapporti di forza interni: perché un salvagente tiene a galla, ma non decide da solo la rotta della nave.

Il salvagente dal Lazio

FALLONE e SACCO

Paolo Fallone (Foto © Stefano Strani)

Veloci. Fulminei. L’iter per la vendita della discarica provinciale Mad di Roccasecca alla Acea Ambiente va avanti con una rapidità esemplare. Il paradosso è tutto qui: Newco Srl costituita a giugno, ramo d’azienda ceduto a luglio, AIA volturata a settembre. Lunedì prossimo Valter Lozza, fondatore trent’anni fa di quel piccolo impero dell’ingegneria ambientale, sarà solo un espertissimo consulente in un’azienda che appartiene ad altri. (Leggi qui: Discarica Mad, la Regione ha già firmato. Da lunedì cambia proprietario)

Il tutto, nelle ore in cui i sindaci Paolo Fallone (San Giovanni Incarico) e Giuseppe Sacco (Roccasecca) sollevavano una domanda di merito che resta ferma al palo, inevasa. Una discarica che cambia padrone in tre mesi ma che non riesce a spiegare in altrettanto tempo perché dovrebbe servire alla provincia di Frosinone che da due anni non scarica rifiuti ma ne trasforma il 100%. Chi porterà allora i rifiuti e chi la saturerà, secondo le previsioni, entro il 2031. (Leggi qui: Discarica Mad, il conto arriva dopo. E nessuno dice chi lo paga).

La domanda che nessuno scioglie
Giuseppe Sacco (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Cambiato il proprietario, resta intatta la domanda politica più scomoda, quella che Fallone pone da settimane e che nessuno, né Mad né Acea Ambiente né la Regione Lazio, ha ancora accettato di sciogliere: chi conferirà rifiuti in un impianto che sorge in una provincia che, per sua stessa ammissione, da circa due anni non conferisce più in discarica? Se il territorio non produce il materiale per riempire il V bacino, da dove arriverà?

Il tutto nel silenzio generale: degli altri sindaci, della Provincia, dei deputati regionali e nazionali. In questa situazione, ad oggi restano, a difendere il territorio, due sindaci che hanno scelto la strada più scomoda: opporsi, fare ricorso, chiedere accesso agli atti, mentre la macchina amministrativa procede spedita come se le loro domande non fossero mai state poste.

La congiura del silenzio.

RICCARDO MASTRANGELI

(Foto: © DepositPhotos.com)

Per anni, a Frosinone l’inverno aveva un copione fisso: le centraline che salivano, le classifiche nazionali che arrivavano puntuali come una condanna, la valle che tratteneva tutto e non restituiva niente. Un marchio più forte di qualunque altra notizia sulla città. Quest’anno il copione, semplicemente, non si è ripetuto. (Leggi qui: La città dello smog cambia copione: ora i numeri raccontano un’altra storia).

Undici giorni di sforamento allo Scalo, contro i 61 del 2022, i 70 del 2023, i 70 ancora nel 2024. Una media di 21 microgrammi contro i 30-33 degli anni scorsi. Non lo dice il sindaco: lo certifica ARPA Lazio, l’agenzia che per un decennio ha fornito la materia prima a ogni articolo di denuncia sullo smog frusinate. Se proprio i numeri che ti hanno condannato per anni cominciano a raccontare il contrario, la notizia smette di essere propaganda amministrativa e diventa un fatto.

Il paradosso della prudenza necessaria
Riccardo Mastrangeli

Eppure lo stesso sindaco che dovrebbe esultare e far passare la banda musicale per le vie della città invece invita alla cautela: i dati sono provvisori, il consolidamento arriverà a fine anno. Il paradosso è che questa prudenza, invece di indebolire la notizia, la rafforza: un’amministrazione che rivendica un risultato ricordando che va verificato è più credibile di una che lo sbandiera senza riserve. Riccardo Mastrangeli lo sa, e infatti costruisce la rivendicazione proprio sulla certificazione esterna del dato, non sull’impressione.

Resta l’appuntamento che deciderà se questa è una svolta strutturale o una parentesi favorevole: l’inverno, i caminetti, le stufe a pellet, il traffico che torna a pesare sulla valle. Se i numeri di dicembre confermeranno quelli di settembre, Frosinone avrà davvero cambiato copione. Se torneranno a salire, resterà comunque una cosa difficile da cancellare: per la prima volta da anni, la città ha avuto la prova che l’aria pulita non è un’utopia amministrativa, ma un risultato misurabile.

Tira un’aria nuova.

FLOP

LEONARDO MARIA DEL VECCHIO

Leonardo Maria Del Vecchio (Foto: Mourad Balti Touati/ Ansa)

Non basta il nome, non basta il sangue. Per pesare il valore di un cognome all’interno dell’azienda di famiglia è sufficiente verificare cosa succede quando quel cognome sbatte la porta. Leonardo Maria Del Vecchio nei giorni scorsi ha lasciato EssilorLuxottica accusando lo storico manager Francesco Milleri di aver tradito lo spirito del padre, Leonardo Del Vecchio: una gestione definita «distante e impersonale», incapace di replicare il rapporto empatico che il fondatore aveva costruito con dipendenti e dirigenti. Nelle ore scorse il board ha risposto nel modo più netto possibile all’uomo che nel suo family office ha anche Acqua di Fiuggi: fiducia unanime a Milleri, al vice Paul du Saillant, alla strategia in corso.

L’affondo di Lmdv non è solo simbolico. Cita il titolo in Borsa, sceso di circa il 50% dai massimi in sei mesi: un dato concreto, verificabile, che avrebbe potuto trasformarsi in un caso aziendale serio. Ma il cda lo liquida richiamando la «solidità dei risultati conseguiti» e lo fa con un voto compatto che isola l’erede invece di aprire un dibattito interno. Il paradosso è evidente: chi lascia sbattendo la porta di solito lo fa da una posizione di forza. Qui, invece, il board si stringe attorno a chi resta.

Il vero campo di battaglia

La partita, però, non si chiude a Milano. Si sposta in Delfin, la holding di famiglia dove gli otto eredi sono esclusi dalla gestione, affidata a un board che opera in autonomia e senza scadenza. Milleri si era fatto eleggere presidente anche lì, senza che il fondatore lo avesse mai messo per iscritto: una mossa che ha già scatenato malumori. Lmdv aveva provato a giocare un ruolo di primo piano acquistando le quote dei fratelli Luca e Paola, trovando il primo vero stop del board a Milleri. Da lì, l’uscita.

Il flop, in questa storia, non è tanto l’addio in sé, quanto l’esito immediato: un attacco frontale che invece di indebolire il management lo ha compattato. Resta da vedere se gli otto soci di Delfin riusciranno a trovare un’intesa per riscrivere lo statuto. O se il cognome Del Vecchio, senza un fronte familiare unito, conterà sempre meno di un voto di cda.

 Non è stata una bevuta d’acqua.