I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 13 novembre 2025.
*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 13 novembre 2025.
*
TOP
SARA BATTISTI

Traguardo raggiunto. E superato con abbondanza. Nelle ore scorse c’è stata la consegna ufficiale di 13.310 firme raccolte a sostegno della proposta di legge popolare per istituire la figura dello psicologo di base. A promuoverla, con tenacia e visione, era stata la consigliera regionale del Lazio Sara Battisti (Pd).
Tredicimilatrecentodieci: non è solo un numero ma è una rivoluzione culturale in formato protocollo. È il segnale di un’Italia che non si rassegna al silenzio sul disagio psicologico, che non considera la salute mentale un lusso ma un diritto universale. E che sgomita per farsi largo in un territorio nel quale, ancora oggi, lo piscologo è il medico dei pazzi.
Il modello proposto da Sara Battisti? Quello del medico di base ma per la mente. Psicologi pubblici nelle ASL, vicini alle persone, capaci di ascoltare prima che sia troppo tardi.
Merito e metodo

La Consigliera Battisti con questa iniziativa segna un punto non solo nel merito ma anche nel metodo: perché dietro quelle firme c’è partecipazione vera. Cittadini, studenti, famiglie, sindacati, associazioni: una società civile che si è stretta intorno a un’idea giusta, semplice, potentissima. E che ora pretende che venga discussa e approvata, non archiviata nel cassetto della burocrazia.
Ma c’è un segnale ancora più importante dietro a quelle 13mila firme: la politica può ancora essere alleata delle persone. E questa proposta, nata per qualcosa – non contro qualcuno – è un invito al dialogo anche alla maggioranza. “Consegniamo uno strumento utile all’amministrazione Rocca”, ha detto Battisti. La palla ora è nel campo di chi governa: bloccarla sarebbe un errore imperdonabile.
Le 13.310 firme che fanno bene alla mente (e alla politica).
CLAUDIO MANCINI

Altro che “scelgo io, popolo sovrano”. La proposta di riforma elettorale targata Meloni, che promette al cittadino l’illusione di scegliersi direttamente il premier, è – parole dell’onorevole Claudio Mancini (Pd) – “una legge-truffa”. Ed a leggerla bene, qualche sospetto sorge: l’impressione è quella di un taglio sartoriale alla Costituzione per cucire un abito su misura a Palazzo Chigi.
Mancini, nella sua intervista a Domani, non fa sconti. Sotto il profilo tecnico, smonta la riforma punto per punto. Il premier eletto direttamente? Non cambia nulla se poi può essere sfiduciato dal Parlamento. Il risultato? Un ibrido istituzionale che crea confusione, non stabilità. E la promessa del “voto al premier” diventa uno specchietto per le allodole, buono solo per rafforzare l’uomo (o la donna) solo al comando.
Il punto, sottolinea l’esponente dem, è che con questa riforma si tenta di normalizzare il presidenzialismo senza dirlo. L’elezione diretta del premier diventa un colpo al cuore del parlamentarismo. Un’operazione di marketing politico, non di vera riforma democratica.
Un taglio qua ed uno là

E mentre si gioca la carta dell’“italiani, scegliete chi vi governa”, intanto si aboliscono i collegi, si alza lo sbarramento e si spinge verso un sistema dove la maggioranza parlamentare si conquista con il 40% dei voti. Il messaggio? Vince chi riesce a farsi incoronare, il resto non conta. Addio pluralismo, addio equilibrio tra poteri.
Mancini suona la sveglia per il centrosinistra: o si organizza un campo progressista competitivo, oppure la destra si prenderà anche le chiavi del Quirinale. E intanto a destra si finge che sia solo un aggiornamento del sistema, quando in realtà è un ribaltamento della regola del gioco.
In fondo, come dice Mancini, “non si può barattare la democrazia per la governabilità”. Soprattutto quando la governabilità la si vuole ottenere silenziando il dissenso. Se Meloni vuole più potere – è il messaggio del deputato originario di Picinisco – almeno abbia il coraggio di dirlo chiaro. Perché una legge pensata per vincere facile, resta comunque una legge-trappola. E se il premier te lo trovi già scritto sulla scheda, allora a scegliere non è più il popolo ma chi la scheda l’ha stampata. E ci siamo già passati.
Mancini smonta la truffa riga per riga.
PASQUALE CIACCIARELLI

Nessun terremoto, nessuna alluvione, nessuna emergenza da prima pagina. Eppure per la Protezione Civile del Lazio è stato un anno da manuale. Perché esistono catastrofi naturali, certo, ma anche eventi eccezionali che mettono alla prova uomini, mezzi e organizzazione. E lì, la differenza la fanno i dettagli.
Lo sa bene l’assessore regionale alla Protezione Civile Pasquale Ciacciarelli, che ha deciso di promuovere una riflessione ampia e lungimirante su cosa significhi oggi fare volontariato di Protezione Civile. L’occasione è il convegno “Volontariato di Protezione Civile: disegniamo scenari futuri”, in programma venerdì a Roma. Un titolo che non guarda al passato ma al domani.
Perché quest’anno, senza disastri, è stato comunque straordinario. Dal Giubileo alla GMG a Tor Vergata, passando per la morte del Papa e l’elezione del nuovo Pontefice, il Lazio è stato attraversato da milioni di persone. E la Protezione Civile c’era: a garantire sicurezza, logistica, supporto. Senza clamore. Senza sirene. Con la sobrietà di chi serve.
La sfida doppia

Ora la sfida è doppia: tenere alta la motivazione di chi già c’è e coinvolgere i giovani. Perché mettersi a disposizione della collettività non è solo altruismo: è anche formazione civica, crescita personale, responsabilità.
La Protezione Civile non è fatta solo di emergenze. È fatta di prevenzione, di cultura del rischio, di comunità. È il volto concreto dello Stato che funziona. E se oggi l’assessore Ciacciarelli punta i riflettori su questa realtà, è perché sa che il futuro si costruisce oggi. A partire dai ragazzi. A partire da una chiamata non all’eroismo, ma all’impegno. Quello che fa bene a tutti.
La grande prova.
FLOP
GIUSEPPE VALDITARA

Quando si discute di educazione affettiva e sessuale a scuola, ci si aspetterebbe toni pacati, responsabilità, attenzione. Invece alla Camera è andato in scena l’esatto contrario: urla, scontri, accuse incrociate e un ministro – Giuseppe Valditara – che ha scelto il lanciafiamme retorico invece del dialogo. Il risultato? Un ddl che avrebbe dovuto tutelare i ragazzi finisce sotto una valanga di polemiche. (Leggi qui: Se vogliamo dire la verità su cicogna e bimbi).
Il casus belli è il “consenso informato” obbligatorio per attivare progetti di educazione sessuale nelle scuole medie e superiori. Un concetto che, detto così, può anche sembrare ragionevole. Ma dentro quel provvedimento ci sono esclusioni pesanti (materne ed elementari restano fuori) e soprattutto un’impostazione che sembra più ideologica che educativa. E allora il dibattito – già rovente – esplode quando il ministro attacca l’opposizione accusandola di “strumentalizzare i femminicidi”. Una frase che, in un Paese segnato dal dolore di troppe vittime, pesa come un macigno.
L’indignazione di tutti

Valditara si dice “indignato”. L’opposizione pure. Il clima si surriscalda, si passa all’ostruzionismo, volano parole grosse e la seduta si blocca. Risultato? Il voto sul ddl slitta, e la discussione, invece di chiarire, confonde ancora di più.
Ma il nodo non è solo procedurale. È politico. Perché una riforma che riguarda l’educazione sessuale non può essere affrontata come un derby ideologico. Serve ascolto, studio, confronto. Invece, ci si arrocca: da un lato chi vede nella scuola uno spazio di crescita affettiva, dall’altro chi teme un’invasione nella sfera privata delle famiglie. Ma tra questi due estremi, il Parlamento dovrebbe trovare il coraggio di fare ciò che serve davvero: costruire un’educazione affettiva moderna, laica, accessibile, capace di prevenire disagi e violenze.
Il paradosso? È che lo stesso Valditara, alla fine, chiede di “contestualizzare le sue affermazioni“. Peccato che le abbia fatte pochi minuti prima… e subito dopo abbia lasciato l’aula. Una ritirata poco elegante che non aiuta certo a ricucire.
Se la scuola diventa un ring.



