Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 16 settembre 2026.
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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 16 settembre 2026.
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TOP
Lo spin doctor di ROBERTO VANNACCI

Piaccia o non piaccia, al netto di ogni valutazione politica, merita di essere riconosciuto per ciò che è: lo spin doctor di Roberto Vannacci ha costruito da zero, in meno di due anni, il quarto Partito d’Italia. Il sondaggio SWG per TgLa7 lo certifica: Futuro Nazionale al 7,9%, davanti a Forza Italia ferma al 6,9% e alla Lega scivolata al 5,5%. Chi si occupa di comunicazione politica dovrebbe studiare il caso, perché di rado un progetto senza struttura, senza radicamento territoriale, senza classe dirigente, scala così in fretta le classifiche del consenso.
Il paradosso è che questa ascesa avviene mentre su Vannacci si addensano inchieste di segno pesante. Lirio Abate, una delle penne investigative più autorevoli del giornalismo italiano, oggi firma sul Giornale la seconda puntata di un’inchiesta sul tema. La tesi non è quella di grana grossa, dell’uomo al soldo di Mosca, un Manchurian Candidate da romanzo: ma una più sottile e per questo più insidiosa. E cioè quella di un politico le cui idee troverebbero sponda e sostegno in ambienti russi, perché la sua visione del mondo coincide con quella del Cremlino. Non un agente, dunque, ma un veicolo di una Weltanschauung che a Mosca fa comodo finanziare. Un’ipotesi che circola con insistenza crescente, e che pure non sembra scalfire il consenso.
Lo spin doctor invisibile

Ed è proprio questo il punto, per quanto controintuitivo: chi cura la comunicazione dell’ex generale è riuscito a trasformare ogni attacco in carburante. Le inchieste, che dovrebbero erodere, sembrano invece rafforzare la narrazione del leader perseguitato dal sistema. È il meccanismo classico del consenso populista ma applicato con un’efficacia che i Partiti tradizionali, alle prese con i loro cali, si sognano.
Resta l’imbarazzo della coalizione: con la nuova legge elettorale Vannacci è ormai decisivo per il premio di maggioranza ma gli elettori del centrodestra si dividono quasi a metà sull’accettarlo. Il quarto partito d’Italia è anche quello che i suoi potenziali alleati faticano di più a volere. E in politica, si sa, non c’è condizione più scomoda che essere allo stesso tempo indispensabili e indigesti.
Il quarto Partito che nessuno vuole.
FLOP
MAURO ANZALONE

Un solco ben nitido e profondo separa ciò che la politica oggi si concede e ciò che il Diritto continua a codificare con rigore. Nell’agone politico contemporaneo vige una disinibizione pressoché totale: si dice tutto, si minaccia molto, si rilancia sempre. Ma il perimetro giudiziario ha confini che non si spostano al ritmo delle bizze di maggioranza. E il gesto compiuto da Mauro Anzalone in Commissione Istruzione a Latina rischia di collocarsi esattamente su quel crinale.
Lo scontro con l’assessore Federica Censi covava da settimane, tra asili nido, gare, convocazioni non concordate. Fin qui, ordinaria dialettica istituzionale, per quanto accesa. Il salto di qualità arriva quando Anzalone rivela, in diretta streaming, di aver registrato una telefonata privata con la Censi, aggiungendo che se la rendesse pubblica, con le parole usate dall’assessore, «in tutti i Comuni d’Italia lei sarebbe radiata». Non più un botta e risposta politico: un’arma esibita in pubblico. (Leggi qui: Latina, scontro in Commissione: «Ho registrato la sua telefonata»).
Il confine che la politica dimentica

Ed è qui che la riflessione diventa necessaria. Registrare una conversazione a cui si partecipa non è di per sé illecito ma minacciarne la diffusione per ottenere un vantaggio o per screditare l’interlocutore sposta il baricentro verso territori che hanno nomi tecnici precisi nel codice. La stessa Censi, avvocato, non a caso ha replicato secca: «Cos’è, una minaccia?». Una domanda che, pronunciata da un legale, suona meno retorica di quanto sembri.
La sindaca Matilde Celentano parla di «periodo politico nevrotico» e la definizione è azzeccata. Ma la nevrosi politica si cura con il dialogo, mentre certi gesti, una volta compiuti in pubblico, escono dalle mani di chi li ha commessi ed entrano in un terreno dove non decide più la maggioranza, ma eventualmente un magistrato. Anzalone, nel calore dello scontro, potrebbe averlo dimenticato. Il fascicolo, semmai si aprisse, no.
Una telefonata (registrata) non sempre allunga la vita (politica).
I SANTOVINCENZO
di Paolo Carnevale

C’è un’ironia quasi teologica nel cognome Santovincenzo. Un’aura di devozione e solennità che parrebbe benedire la politica anagnina. Eppure, osservando i cugini Costantino e Luca, la teologia cede immediatamente il passo alla tragedia dei paradossi consanguinei. Il legame di sangue che li unisce è infatti l’unico, isolato, tratto di contatto; superato il patrimonio genetico, ci si addentra in un abisso di insanabile diversità caratteriale e politica.
Da una parte c’è Costantino: l’incarnazione vivente della sinistra d’un tempo. Un politico formato nell’antico rito delle Segreterie, dei comunicati ciclostilati nelle riunioni fiume in stanze fumose, dove l’ortodossia di Partito era liturgia. Dall’altra parte c’è Luca: alfiere di una sinistra che ama definirsi moderna, smart e civica. Due mondi che non solo non si parlano ma sembrano viaggiare su due linee temporali differenti.
Spaccatura genetica

Questa spaccatura genetica e ideale rischia di rivelarsi la vera palla al piede del centrosinistra ad Anagni. Invece di costruire una coalizione plurale, che guardi a ciò che unisce, i due finiscono per incarnare un dualismo paralizzante. L’ultima riprova di questo cortocircuito è arrivata con la bufera sollevata dalla condivisione da parte di Costantino di un articolo di Franco Fiorito. (Leggi qui: Anagni, un “like” di troppo riaccende la crisi nel centrosinistra).
Un gesto che ha scatenato la solita, prevedibile sarabanda di accuse incrociate, reprimende e veleni tra i vari esponenti delle rispettive aree. Tra chi gridava al sacrilegio ideologico e chi cercava di sminuire l’accaduto, la politica locale ha offerto l’ennesimo teatrino auto-referenziale.
Mentre a sinistra ci si azzuffa, il centrodestra osserva divertito e ringrazia. Se Costantino e Luca (ed i loro alleati) non comprenderanno che l’unica strada per essere competitivi è trovare una sintesi pragmatica, la loro contrapposizione spalancherà la strada agli avversari. Se il centrosinistra anagnino continua su questa rotta fatta di personalismi e dispetti di famiglia, il centrodestra non dovrà nemmeno faticare troppo per vincere: ci arriverà direttamente in carrozza.
Parenti serpenti.
UN PO’ TOP E UN PO’ FLOP
GIORGIA MELONI

La riforma elettorale approvata ieri al Senato e attesa a fine mese alla terza lettura di Montecitorio è un enorme successo politico di Giorgia Meloni. Restituisce agli elettori lo strumento delle Preferenze con il quale possono tornare a decidere i nomi dei loro Parlamentari. Che ci siano le crocette da mettere accanto a nomi già stampati o si debbano scrivere i nomi sulla scheda non fa differenza. Tranne una: con la crocetta non c’è modo per firmare il voto, prima reso riconoscibile giocando tra chi indicava il cognome, chi anche il nome, chi l’iniziale del nome e poi il cognome, il tutto raddoppiato invertendo l’ordine e mettendo prima il cognome.
Va dato atto a Giorgia Meloni di aver ottenuto ciò che voleva: la restituzione agli elettori di una parte consistente del potere di scelta su chi li rappresenterà. Non è dettaglio da poco. Per anni le liste bloccate hanno trasformato il voto in una delega in bianco ai segretari di Partito, con parlamentari nominati dall’alto e non scelti dal basso. Reintrodurre la preferenza significa, almeno sulla carta, ricucire un pezzo di quel filo spezzato tra eletto ed elettore. La premier lo ha festeggiato con un secco «Daje, grandi!» ai senatori, e sul piano della tenuta della maggioranza il risultato è innegabile.
Il paradosso che resta

Ed è qui che il ragionamento si fa scomodo. Perché la stessa politica capace di ricompattarsi in tempi rapidi su una legge che riguarda anzitutto sé stessa (chi entra in Parlamento e con quali regole) sembra incapace di trovare la medesima determinazione sulle riforme che toccano la vita dei cittadini: sanità, fisco, salari, modernizzazione del Paese. La percezione, difficile da smentire, è che si corra quando in ballo c’è la sopravvivenza della classe politica e si rallenti quando in ballo c’è quella dei problemi reali.
Le battaglie che contano davvero, per il cittadino, restano ancora sulla carta.
Riforme per sé, promesse per gli altri.
ENZO SALERA

Ha tagliato il nastro della Scuola Media Conte interamente ricostruita. E lo ha fatto all’interno dei tempi del Pnrr al punti da guadagnarsi la menzione ed il plauso del Ministero. Soprattutto ha dato alla città una scuola efficiente sul piano energetico: cosa che è il senso vero del Pnrr, le scuole andavano abbattute e rifatte perché i nuovi criteri consentono di ridurre all’osso le spese di riscaldamento e di elettricità, contribuendo a tentare di raffreddare il pianeta. Con quei risparmi verranno pagate le rate del prestito Pnrr. (Leggi qui: Cassino, la «Conte» tra le venti scuole più efficienti d’Italia).
C’è anche un altro titolo di merito per il sindaco di Cassino Enzo Salera. In un’epoca nella quale tutto ciò che hanno fatto dagli altri viene cestinato, lui invece ha portato avanti il progetto del suo predecessore di centrodestra Carlo Maria D’Alessandro che nel 2018 decise la demolizione e ricostruzione della Conte.
L’altra faccia della medaglia

In realtà, non se ne abbiano a male i due sindaci, fu il compianto architetto Giancarlo Antonelli ad ideare il progetto e ad inserirlo all’interno della graduatoria del Miur finanziato per 7,3 milioni di euro. Enzo Salera poi è stato bravo a trovare gli altri 3 milioni di euro perché quando sono iniziati i lavori (purtroppo in ritardo per l’ostruzionismo) i materiali erano aumentati a seguito del superbonus che ha drogato il mercato delle materie prime.
Sta proprio qui l’altro aspetto di quello che altrimenti sarebbe stato un trionfo per il sindaco. Non ha avuto il coraggio politico di invitare all’inaugurazione chi quel progetto lo aveva caldeggiato e aveva ottenuto i finanziamenti e soprattutto non ha avuto il coraggio civico di far stare vicino a lui la vedova del progettista a cui andava detto solo grazie in memoriam.
Sarebbe stato uno straordinario quadro di rispetto istituzionale. Con D’Alessandro che avrebbe dovuto dire bravo a Salera per avere portato avanti e concluso un’opera straordinaria, Salera avrebbe dovuto dire bravo a D’Alessandro per averle avuto l’intuizione ed i finanziamenti. Entrambi avrebbero dovuto rivolgere alla moglie di Antonelli con un semplice e umanissimo grazie.
Trionfo dimezzato.



