Top e Flop, i protagonisti di venerdì 2 ottobre 2026

Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 2 ottobre 2026.

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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 2 ottobre 2026.

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TOP

MAURIZIO CIANFROCCA

Maurizio Cianfrocca

Come un novello Cincinnato, il sindaco di Alatri Maurizio Cianfrocca si prepara a lavarsi le mani, a svestire i panni del contadino e a indossare la fascia tricolore. Anzi: a riceverla di nuovo, dalle mani della delegazione del centrodestra che lunedì andrà da lui a chiedergli di ripensarci. Se dovesse manifestare stupore, o qualcosa che gli somigli, non credetegli: quell’appuntamento è l’ultima stazione di un percorso costruito con freddezza e strategia, non il colpo di scena che vorrebbe sembrare. (Leggi qui: Centrodestra in “pellegrinaggio” da Cianfrocca: caro sindaco ripensaci).

Quando Cianfrocca ha capito che restare al centro delle infinite discussioni sulla propria ricandidatura lo avrebbe solo logorato (e che tra tutti i nomi in circolazione il suo non c’era) ha scelto la mossa più astuta possibile. Nel pieno di un Consiglio comunale, lo scorso maggio, ha annunciato a consiglieri e città: «Non mi ricandido». Tradotto: arrangiatevi. Ha tolto la fascia e si è messo alla finestra a godersi lo spettacolo — tredici inaugurazioni in sette settimane, tra scuole, palestre, asili nido e un parcheggio multipiano, e ancora nessun nome pronto per la scheda elettorale.

Il gioco al massacro

Antonello Iannarilli

È stato un gioco al massacro tra i suoi stessi avversari interni. A destra, Antonello Iannarilli di Fratelli d’Italia e Roberto Addesse della Lega si contendono la successione senza un accordo, tanto che proprio Fratelli d’Italia ha disertato la riunione di maggioranza da cui è nata l’idea del pellegrinaggio. A sinistra, nessun nome, nessun blocco elettorale, incontri «sporadici e informali». E ad ogni colpo che i suoi avversari si infliggevano a vicenda, Cianfrocca ripeteva, imperturbabile: «Non mi candido».

Ora ciò che resta dei suoi nemici si prepara a chiedergli di tornare alla testa delle truppe: perché questi cinque mesi hanno dimostrato a tutti che lui era l’unico a poter essere sintesi tra tutti. Perché il sindaco non deve essere il migliore di tutti, ma quello che fa giocare tutti al meglio. E ad Alatri qualcuno, accecato dal protagonismo, ancora non l’ha capito.

Cincinnato.

VITTORIO MACIOCE

Il giornalista Vittorio Macioce

Vittorio Macioce ha fatto a Ferentino quello che il titolo di un libro, da solo, non può fare: trasformare un pomeriggio di convegno istituzionale in una cosa viva. L’occasione era la presentazione di «Le città identitarie» di Edoardo Sylos Labini, promossa dalla Cisl Lazio nell’ambito di una riflessione sul futuro delle aree interne: il genere di appuntamento che rischia sempre di restare un esercizio di buone intenzioni, tra relatori che si alternano al microfono e un pubblico che applaude per cortesia istituzionale.

A dialogare con l’autore è stato proprio Macioce, caporedattore de Il Giornale, introdotto da Enrico Coppotelli, segretario generale della Cisl Lazio. Ad aprire i lavori Antonella Valeriani, segretaria Cisl Frosinone, Sara Colatosti, dirigente del Liceo Martino Filetico, e il sindaco di Ferentino Piergianni Fiorletta. Il tema, dietro la cornice istituzionale, era serio: investire nei territori interni significa prima di tutto riconoscerne l’identità, prima ancora che i fondi.

Il vero spettacolo della serata

Ma è stato Macioce, non il programma dell’evento, a dare sostanza alla giornata. Non tanto per quello che ha detto sul libro, quanto per come lo ha fatto: come custode e testimonial di un’eccellenza territoriale che altrove si fatica a raccontare senza retorica. Un cantore, un Omero di una terra che è la prima a parlarsi male, e che trova proprio in questo Ulisse partito da Alvito per scrivere in giro per l’Italia uno dei suoi difensori più appassionati.

È quella stessa passione — il richiamo della terra, i sapori e i profumi di una Ciociaria che nella memoria collettiva si va via via dissolvendo — a rendere Macioce travolgente quando ne parla. Non il mestiere del giornalista che racconta un territorio da fuori, ma quello di chi lo porta addosso ovunque vada.

La penna e la passione.

FLOP

GIORGIA MELONI

di GIOVANNI LANZI
Giorgia Meloni al Consiglio Europeo

All’Istat non sono pericolosi bolscevichi con tanto di colbacco e fucile e tracolla, non mangiano bambini, non deportano donne e anziani. Ma dalle parti di Palazzo Chigi & stanze collegate, appena sentono anche solo sussurrare lungo la strada la parola ‘Istat’ sale l’allarme antiaereo e arrivano le truppe in assetto di guerra.

Niente paura, però. Invitiamo tutti alla calma. Dall’Istat in genere sfornano numeri non proiettili da obice o droni equipaggiati di bombe. E i numeri non sono né di destra e né di sinistra ma nemmeno di centro. Sono numeri, pane quotidiano per l’Istituto Nazionale di Statistica. Che raccoglie, valuta, elabora, pubblica.

Bene, anzi malissimo quei numeri per il Sistema Italia tra settembre e ottobre quando si risvegliano i neuroni dopo l’estate sotto la canicola. E le famiglie si rendono conto che nel paniere quotidiano – oltre il carburante, le bollette di luce, gas ed acqua – è praticamente tutto a costare di più. La propaganda del Governo si sforza a raccontare la favola del milione di posti di lavoro in più (….) che fu il cavallo (zoppo) di battaglia (persa) di Berlusconi 25 anni fa. Ma nelle tasche degli italiani mancano i soldi.

Numeri da catastrofe

Una settimana fa è piovuta la stangata del deficit al 3.1% del Pil (giusto per fare un paragone, in Spagna è al 2,3% e nel 2027 nelle previsioni scenderà all’1.7%) sui conti del Ministro delle Finanze Giorgetti, il 30 settembre è arrivata la mazzata dell’inflazione schizzata al 4.2%, imputata in maggior parte ai prodotti energetici ma anche degli alimentari e dei servizi ricreativi e per la cura della persona (Fonte Il Sole 24 Ore).

Quel 4.2% è traducibile in 1.600 euro in più per una famiglia di 2 figli se quel ‘numeretto’ bolscevico dovesse restare strutturale per 12 mesi. Quindi la ‘mancetta’ del bollo si va a fare benedire almeno una decina di volte per una vettura normalissima e con essa tutti gli spot video e le dichiarazioni governative.

La verità, oltre le chiacchiere, è che siamo al punto più alto dell’inflazione da tre anni. Ma si continua a ballare sul Titanic. E ci ‘riconsoliamo’ con lo spread a 100, col mal comune mezzo gaudio (anche in Europa non va bene ma sicuramente meglio di noi, ndr) e con la deriva dei conti della Francia, l’odiato ‘nemico’ che questa sera sfideremo a tirare calci ad un pallone allo Stade de France di Parigi per il terzo turno della Nation League.

Nel frattempo l’Eni premia il Governo per avergli risparmiato (in compagnia di tutte le altre Big del petrolio) le tasse (dovute) sull’extragettito e ci ‘regala’ almeno 1 mese di benzina e diesel scontati. Ma ad ottobre 2025 il diesel per auto (fonte: https://sisen.mase.gov.it) era fissato a euro 1622,32 e la benzina a euro 1694,41. Non c’era la guerra in Iran e gli effetti collaterali del trumpismo erano ancora sopiti. E pensare che da questo Governo in carica lo volevano candidato unico al Nobel per la Pace…

E io pago!

IL CERIMONIALE DI GENOVA

Il taglio del nastro a Genova con Giorgia Meloni tra il presidente di Confindustria Nautica ed il presidente della Regione Liguria

Un gesto brutto, sciocco, inutile, autolesionista. Non invitare sul palco la prima cittadina di Genova, pensando così di evitare il confronto visivo con la premier — due donne al centro dell’attenzione politica nello stesso giorno, nella stessa città. Chiunque abbia deciso di tenere Silvia Salis fuori dal taglio del nastro del Salone Nautico ha sbagliato, e lo ha fatto nel modo più prevedibile: vince chi esce vittorioso dal confronto, non chi se ne sottrae.

La ricostruzione ufficiale, va detto, è meno limpida di quanto sembri. L’organizzazione del Salone ha diffuso una nota secondo cui il cerimoniale non prevedeva la partecipazione al taglio del nastro né di Salis né del presidente della Regione Marco Bucci — eppure Bucci sul palco c’era. Lui stesso si è detto sorpreso della propria presenza: «una decisione, al 99 per cento, del cerimoniale di cui io non so nulla. Certo che quando ero sindaco io ci sono sempre salito». Un pasticcio organizzativo, forse. Ma un pasticcio che ha lasciato fuori solo lei.

Lame incrociate

Silvia Salis (Foto: Leonardo Puccini © Imagoeconomica)

Salis ha reagito con l’arma migliore: l’ironia pungente. «Noi siamo in prestito alle istituzioni, non sono nostre», ha detto, «se volevano danneggiarmi, il piano non è riuscito perché ora si parlerà solo di questo». E aveva ragione: a mezzogiorno la polemica aveva già oscurato l’inaugurazione stessa, con l’assessora Cristina Lodi a parlare di «vergogna»e mezzo centrosinistra sceso in campo.

E infatti Giorgia Meloni, con un gesto di classe, ha dimostrato la sua statura telefonando alla sindaca, dicendosi «sorpresa e dispiaciuta» per l’accaduto. Palazzo Chigi si è smarcato subito dall’incidente, dichiarandosi «completamente estranea». Resta un fatto semplice: chiunque abbia materialmente escluso Salis ha regalato alla sindaca una vittoria politica che da sola, probabilmente, non si sarebbe costruita.

Silvia non ti temo.