Il boato dell'esplosione del 24 agosto. Due ragazzi arrivati dall'Africa che scavalcano i binari e si arrampicano tra i detriti senza conoscere nessuno di quelli che potrebbero essere sepolti. Si chiamano Condé Mamady e Diao Aliou. Non si considerano eroi. Continuano a chiedere come stanno i feriti.
Un boato. Un tetto che vola. Due ragazzi che stavano lavorando dall’altra parte dei binari. Condé Mamady, 20 anni, Guinea. Diao Aliou, 29 anni, Senegal, quattro figli a casa. Hanno guardato le macerie di via Guado Santa Maria ed hanno attraversato i binari della Roma-Napoli. Non conoscevano nessuno di quelli che potevano essere sepolti lì sotto. Non importava.
Si sono arrampicati su ciò che restava di una palazzina appena sventrata da un’esplosione, senza domandarsi se potesse innescarsene un’altra a stretto giro: hanno messo a rischio la propria vita per cercare di salvare quella di persone che non avevano mai visto prima.
Chi sono Condé e Diao

Si chiamano Condé Mamady, classe 2006, originario della Guinea, residente a Cassino. E Diao Aliou, classe 1997, senegalese, residente a Cervaro: in Italia da quattordici anni, sposato e padre di quattro figli. Sono dipendenti di un’azienda che produce tende da sole e teloni per camion. Quella mattina stavano lavorando nel piazzale della ditta, in via Casilina Nord, insieme al titolare dell’impresa Alfonso Sica, quando hanno sentito il boato e hanno visto il tetto dell’abitazione sollevarsi nel cielo.
«I due dipendenti hanno scavalcato la tratta ferroviaria Roma-Napoli con grande coraggio e si sono arrampicati tra le macerie — racconta Sica. — Hanno avuto un coraggio che non vi so spiegare. Io li ho seguiti a ruota».
Non sapevano cosa avrebbero trovato entrando in quella casa devastata, non sapevano se la struttura fosse ancora sicura e soprattutto non sapevano quante persone potessero essere rimaste intrappolate. Sapevano soltanto che c’era stata un’esplosione e che qualcuno poteva avere bisogno di aiuto.
Tra i detriti hanno individuato la coppia coinvolta nella deflagrazione, entrambi dipendenti dell’ospedale di Cassino, gravemente ustionati e in condizioni molto serie. Li hanno raggiunti, li hanno tirati fuori da quella casa ormai devastata e li hanno portati sul prato, in attesa dei soccorsi. La donna chiedeva acqua e Alfonso Sica le ha dato da bere mentre venivano allertati i sanitari.
Sono rientrati più volte: l’anziano nella camera da letto

Condé e Diao non si sono fermati lì, perché erano convinti che dentro quella casa potesse esserci ancora qualcuno. Per questo sono entrati e usciti più volte da quello che ormai era diventato un ambiente pieno di detriti e pericoli, continuando a cercare tra le stanze e le macerie. Nella parte posteriore dell’abitazione, fortunatamente meno interessata dalla deflagrazione, hanno trovato un anziano che era rimasto nella sua camera da letto, paralizzato dalla paura e dallo shock, incapace di reagire davanti a quanto era accaduto. Anche lui è stato portato fuori.
È forse questo il particolare che rende ancora più forte la loro storia. Diao, che in Italia ha costruito la propria vita e che a casa ha una moglie e quattro figli, in quei momenti non ha pensato al rischio che stava correndo e nemmeno alla possibilità che qualcosa potesse accadergli. Il pensiero era rivolto esclusivamente a chi poteva trovarsi ancora sotto le macerie.
Senza sapere chi fossero

Dentro quell’alloggio c’erano un infermiere di 54 anni ed una Oss di circa 40 anni, entrambi in servizio nell’ospedale Santa Scolastica di Cassino ed originari della provincia di Salerno. Lui ha riportato ustioni gravi sul 90% del corpo, lei sul 70%: entrambi sono ricoverati al Sant’Eugenio di Roma. I due migranti non conoscevano la coppia, non erano loro amici, non erano loro parenti e non avevano alcun legame con quell’abitazione. Erano semplicemente due persone che, in quel momento, avevano bisogno di essere salvate. E questo è bastato a Condé e Diao per mettere da parte la paura e correre verso il pericolo. E dimostrare con un gesto concreto che il coraggio, la solidarietà e il senso civico non hanno un colore della pelle, una nazionalità o un passaporto.
Il loro datore di lavoro Alfonso Sica li descrive come ragazzi «onesti, ligi al dovere e soprattutto grandi lavoratori». Ma quella mattina, tra le macerie di via Guado Santa Maria, hanno dimostrato qualcosa che va oltre il loro lavoro quotidiano.
Binari superati, barriere cancellate

La cosa più bella arriva alla fine, quando si parla con loro e si comprende che non si considerano affatto degli eroi. Non raccontano con orgoglio il rischio corso, non chiedono riconoscimenti e non cercano applausi. Continuano invece a domandare come stanno i due feriti, vogliono sapere se sono vivi, se ci sono speranze, se riusciranno a superare quelle terribili conseguenze.
È questa la parte più umana della loro storia. Perché quella mattina Condé Mamady e Diao Aliou non hanno visto un colore della pelle, una nazionalità o una storia diversa dalla loro. Hanno visto soltanto due persone in pericolo e un anziano terrorizzato.
Spesso siamo portati a costruire muri prima ancora di conoscere chi abbiamo davanti, due ragazzi arrivati dall’Africa hanno fatto esattamente il contrario: hanno superato una barriera fisica, quella dei binari, e insieme ad essa hanno cancellato per qualche minuto tutte le altre barriere che troppo spesso dividono gli esseri umani.



