Il masochismo dei tre grandi blocchi che reggono la politica italiana che alla fine si riflette dolorosamente sui cittadini
Chi avesse più di 30 anni si ricorderà benissimo di Tafazzi. Era il buffo omino inguainato in una tuta nera partorito dalla fantasia del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. Irrompeva in scena e si dava delle randellate clamorose sui cosiddetti cantando a squarciagola. E sembrava non tanto che la cosa gli piacesse, ma che quella fosse la sua natura, una faccenda da cui era impossibile sfuggire.
Politicamente oggi potremmo dire che l’Italia ha tre Tafazzi in azione, e che in questo caso però l’effetto non è poi così comico.
La cecità e i danni connessi

Anzi, per il Paese avere in campo tre schieramenti partitici di rango massimo ancora così pieni di conflitti irrisolti e così “ciechi” di fronte a soluzioni evidenti non può che essere un danno.
Basterebbe una sorta di “registrazione” delle ampie sacche di incoerenza che ciascuno di questi blocchi possiede ed esalta e la Nazione, indipendentemente da chi governa o chi si oppone farebbe balzi in avanti degni di un canguro. L’onore della premiership spetta a chi comanda, cioè a Giorgia Meloni.
Possibile che ancora oggi, a tre quarti di mandato governativo esausto, la premier debba essere ancora così tenacemente persa tra due ruoli distinti?
Due Meloni che non diventano una
Da un lato, quello della leader europeista paciosa ed accomodante che ama l’habitus della statista di rango. Dall’altro quello della capo-fazione che praticamente per il suo intero mandato si è preoccupata solo di tenere caldo il suo elettorato con toni da Masaniella ringhiante d’ugola.

C’è una bella differenza tra patentarsi come leader dei conservatori e confermarsi come sacerdotessa gracchiante di un populismo stanco. E le martellate che la Meloni si sta dando lì dove Tafazzi picchiava durodurissimo hanno una loro precisa natura.
In tre anni e passa la premier non è riuscita ad allamare un solo voto in quella che un ottimo Christian Rocca de Linkiesta ha definito “l’area maggioritaria e non estremista del paese, con i quali farebbe cappotto di consensi e governerebbe all’infinito”. Così invece Meloni è rimasta sì vincente, ma al palo.
Cosa (non) succede a sinistra
Perché ha potuto solo tenere tesa la briglia ed alta l’adrenalina del suo elettorato basico, che prima o poi la abbandonerà per due motivi: quelli più ortodossi perché un leader di destra che comanda prima o poi deve abdicare dai suoi valori primevi.

E quelli più morbidi perché il processo di abbandono dei valori del post fascismo sarà troppo lungo e cervellotico, e alla fine si stancheranno. Ma ce n’è anche a sinistra, un luogo dove il tafazzismo è diventato praticamente paradigma allo stato dell’arte.
Da un lato il Pd ha una segretaria come Elly Schlein, che sembra voler inseguire la destra su ogni terreno etico-ostico che punti alla vernice degli atteggiamenti e non alla polpa dei fatti. Con questo format i dem hanno finito di perdere la fiducia del ceto medio, degli operai, perfino di un sud dell’Italia dove il M5s domina e addirittura la Lega salvinana ha aderenze.
Temi appaltati
Dall’altro quella stessa impostazione ideologica ha creato un “mostro totemico” che per esempio, in tema di immigrazione incontrollata e sicurezza, ha schiuso praterie sconfinate al destracentro, facendolo diventare appaltatore unico di un tema che dovrebbe essere ecumenico.

Certo, il Partito Democratico è correntista, ma le spinte moderate della sua parte più riformista e meno radicale non hanno prodotto altri risultati se non l’accentuazione di questa sua veste frammentata, e tutto questo a meno di due anni dal voto politico.
E qui si delinea nettamente il contorno del terzo Tafazzi italiano, cioè proprio loro, i riformisti. Incapaci di darsi una veste organica e magari fondare un soggetto politico terzo ed attrattivo, hanno lasciato campo largo alle lodevoli ma nevrasteniche pulsioni di partiti politici di bassissimo consenso come Italia Viva ed Azione.
Il mezzo flop dei riformisti
Hanno continuato a proclamare la loro originaria vocazione maggioritaria ed a fare muro contro la condotta della Schlein, ma senza aver ancora oggi prodotto una linea organica, un progetto definito, un piano che allettasse un elettorato orfano ed astensionista.

Non ci sono vere lotte interne e non ci sono diaspore autonome, e tutto vegeta nella palude di iniziative spesso sterili ed estemporanee. Tutti aspettano che Schlein si faccia male di suo, tutti sperano che Giuseppe Conte la incateni ad un ruolo di gregaria di lusso, tutti alludono alla sua inadeguatezza ma sempre con mezzi sussurricchi bizantini.
E nessuno lancia guanti di sfida veri. Perché essere Tafazzi garantisce la sopravvivenza in attesa di tempi migliori, ma le martellate sui cosiddetti alla fine toccano agli italiani.



