Il leader di Azione e la sua crociata pro Kiev dietro la quale si nasconde anche un progetto politico per il 2027
Il primo dato è quello mainstream: il dato per il quale Carlo Calenda si è fatto tatuare il tridente ucraino sul polso come segno del suo incondizionato appoggio alla causa di Kiev. Nulla quaestio, anche se Calenda sta ai tatuaggi come Iggy Pop sta ai salesiani.
Il secondo dato è più politico, ed è più ampio del focus sulle rotte del leader di Azione. E’ quello per cui se oggi esistessero quei manifestini western con la scritta “Wanted” sotto la faccia la faccia in questione non sarebbe una faccia, ma una sigla. Quella dei riformisti, che oggi tutti i principali leader moderati del panorama politico italiano cercano come il pane.
Il bello (che bello proprio non sarebbe) è che ognuno li cerca e li blandisce per bottega sua. Li cerca Matteo Renzi per svettare come leader anti Meloni.
La caccia ai moderati

Li cerca lo stesso Antonio Tajani per incrementare le file di un partito di maggioranza che ha messo la freccia sulla Lega. E sì, li cerca e se li liscia come gattini anche Carlo Calenda. Che non solo vorrebbe “portare nuovamente i suoi figli in Ucraina, a febbraio”.
Lo ha spiegato nei giorni scorsi alla Festa de Linkiesta a Milano: “Voglio che sappiano che vicino a noi vivono persone che sanno cos’è la libertà. Parola di cui abusiamo molto rispetto alle stupidaggini che accadono in Italia. Abbiamo perso il senso di cosa sia la libertà collettiva, premessa della libertà individuale: la determinazione del popolo di non essere soggiogato”.
E attenzione: i due temi non sono scollegati, perché il leader di Azione è stato chiaro: “Io mi siedo e parlo di alleanze solo con i leader che hanno alzato le chiappe e sono andati in Ucraina”.
Non solo etica, c’è un progetto

Cosa c’è dietro, oltre che un legittimo afflato-mastice idealistico? Ovvio: il centrismo tutto ammantato di militarismo preventivo di una certa Ue a maggioranza Ursula. Il che escluderebbe, anche al netto degli screzi tutti indigeni tra i due, Matteo Renzi, che politicamente ama la von der Leyen come l’orchite.
E in effetti l’allusione di Calenda proprio a Renzi era diretta, a lui ed alla stessa Elly Schlein. In particolare ed in ordine alla “Casa riformista” che l’ex premier di Rignano vorrebbe edificare e rendere concorrenziale entro il 2027, Calenda è stato scettico.
Come mai? Essa sarebbe “costruita più su accordi tra gruppi dirigenti che su una linea politica condivisa”. Il che tirerebbe in ballo le necessità, non sempre specchiate, di andare al voto con il Rosatellum.
La maledizione del Rosatellum
Cioè con una legge elettorale che porta il nome (cognome) del braccio destro… di Calenda stesso, cioè Ettore Rosato. Legge che obbliga a contratti di scopo preventivi prima del voto e non sempre ad incastro perfetto.

“Se la chiami così e poi appoggi candidati che col riformismo non hanno nulla a che fare, quella casa non esiste. È una parola messa lì per tenere insieme cose che non stanno insieme”. Insomma, il leader di Azione, bardo della crisi dell’automotive, non vuole più stare in comparaggio con Renzi che è quello politicamente più uguale a lui.
Né vuole formule amorfe di alleanza per provare a scalzare Meloni da una seggiola che assomiglia sempre più ai troni dei tiranni benevoli della Magna Grecia. E quindi, che vuole l’ex ministro?
La prova del fuoco
Al momento una prova fiduciaria che lui per primo sa che non potrà mai valere, e qui il tema Ucraina torna cardinale. Calenda infatti “ha invitato, dal palco di Linkiesta Festival, Elly Schlein e Matteo Renzi ad andare con lui a febbraio in Ucraina, in occasione del quarto anniversario dell’invasione della Russia”.

Questo perché lui “reputa indegno che in quattro anni i due leader del centrosinistra, degli altri non ne parla nemmeno, non abbiano sentito il dovere morale di prendere il treno e andare a portare la loro solidarietà al popolo che resiste”.
Una specie di prova del fuoco etica che, ove rifiutata, gli darebbe quello strano tipo di ragione che a Calenda è sempre servita per poter stare dalla parte dei buoni ma senza mai sconfinare dalla parte degli utili.
Il “fascismo di Putin”

“Non capisco come persone che parlano continuamente di fascismo e antifascismo non si prendano il disturbo di andare a Kyjiv. Il fascismo oggi è quello di Putin”. Ovviamente la coda politica tutta italiana c’era ed è venuta fuori. A marzo mega iniziativa aperta a “tutte le forze che combattono il bipopulismo per costruire la vera alternativa ai due attuali poli di destra e sinistra”. Con il liscione finale ai rifomisti che oggi combattono più Elly Schlein che Giorgia Meloni.
“Se Paolo Gentiloni che è stato un grande premier o Pina Picierno che fa grandi battaglie contro la propaganda russa verranno io sarò felice, e se vorranno fare i leader io farò un passo indietro”. Capito il senso ed a chi è rivolto l’appello di Calenda?
Perché oggi il riformismo tira, il voto politico si avvicina e tutti vogliono attingere ad un filone che forse si è esaurito proprio perché nessuno lo vuole mettere in comune. Con la risatina beffarda di una tal Giorgia che riecheggia dai corridoi di Palazzo Chigi.



