Il fanatismo di una politica valoriale che resta a sacra, a patto che non se ne abusi. E che magari ogni tanto serva anche a vincere.
Ci aveva pensato Enrico Letta a provare a giocarsi la briscola del millenarismo: “O noi o loro”. E con quegli “occhi della tigre” che proprio bene bene non gli avevano portato aveva invitato a marciare compatti contro il pericolo dell’arrivo dei “fascisti” al governo.
Al governo ed a capo dello stesso ci era andata Giorgia Meloni e da allora è tutto un peana di ideologia buona contro gli eredi di pessime idee.
Niente di più sbagliato, anche a fare la tara ad alcuni revanscismi urticanti che comunque abitano stabilmente nella galassia meloniana attuale.
Tre modi di intendere la questione

E le strade da analizzare per capire il fenomeno sono tre: quella della “mission” schietta, con frange del centrosinistra che ci credono davvero che al potere oggi ci siano fascisti che prima o poi faranno cose “fasce”.
Poi quella del funzionalismo, con il collante antifa che tiene insieme un’area altrimenti scollata e destinata per lo più a perdere.
Infine quella della inevitabile transizione dall’antiberlusconismo all’antimelonismo, ma con cardini differenti.
Silvio pro domo sua
Dove, secondo la narrazione del centrosinistra che fu, il Cav piegava lo stato ai suoi interessi economici e giudiziari, secondo quella del centrosinistra di oggi la Meloni piega lo stato alla mistica truce di una che a rinunciare a fare la “capessa” proprio non ci riesce.

Eppure, tanto per stare a casa nostra, è molto difficile pensare ad un Daniele Maura come all’emulo 2.0 di una storia ammalata. Più facile pensare a lui come ad un politico moderno che è perfettamente cosciente del fatto che oggi la sua leader ha pochissimi avversari.
“Giorgia è tutta un’altra storia. Caso Almasri, i giudici mettono sotto accusa Piantedosi, Nordio e Mantovano. Meloni reagisce da leader, difende le scelte e marca la differenza con il suo predecessore: ‘I ministri non governano a mia insaputa: è assurdo processarli.”
Una mistica che non regge

Insomma, la mistica della leader che incarna un pericolo ideologico e la possibilità di attentare alle libertà basiche regge poco. Regge molto di più invece la narrazione concreta per cui oggi Giorgia Meloni, a dispetto dell’immagine da “underdog” che lei per prima foraggia, sia nipotina sì, ma dell’oportunismo del Cav.
Quello che cavalcando l’onda di Tangentopoli voleva Tonino Di Pietro al Viminale e Pier Camillo D’Avigo alla Giustizia.
La premier è in politica e nelle stanze che contano della stessa da troppo tempo, aveva usato Gianfranco Fini per emergere e Silvio Berlusconi per avere un posto al sole, e quando poi entrambi si erano rincoglioniti per anagrafe e guai assortiti li aveva mollati.
“Peggio di Berlusconi”

Il guaio è che la sinistra post comunista questo assioma non lo vede (o preferisce non vederlo), e perfino uno come Pier Luigi Bersani trova molto più facile e scenograficamente tragico dire che “Meloni è peggio di Berlusconi”.
Quindi il piano dello scontro è e resta sempre quello ideologico. Ed è un po’ lo stesso fenomeno ma con minore radicamento storico per il quale oggi, a ben vedere, moltissimi sono contrari al Ponte Sullo Stretto più perché è creatura di Matteo Salvini che opera discutibile per funzionalità.
Una volta, durante un memorabile comizio ad Onna, Silvio Berlusconi si mise un fazzolettone da partigiano al collo ed in molto gradirono.
Da Onna ad oggi

Eppure il Cav rappresentava dal quintessenza di quei “padroni” che agli eredi dei partigiani avrebbero fatto passare più di un guaio.
Quando invece in questi anni arriva il 25 aprile non c’è spiegone di Meloni che tenga: manca sempre la parola finale, l’ammissione tonda, l’inciso perfetto. Perché oggi la sinistra sta messa per gran parte così, e deve usare l’antifascismo un po’ come collante, un po’ come missione.
Senza capire che, concretamente, forse la Meloni la batti solo sul suo stesso terreno. Quello delle molte cose proclamate e delle pochissime fatte.



