Valle del Sacco, il Consiglio di Stato chiude una stagione: il Sin era illegittimo

La sentenza del Consiglio di Stato ha annullato la perimetrazione del SIN nella Valle del Sacco, affermando che la chiusura delle aree richiede prove di contaminazione. Una sentenza che ripristina equilibri, distinguendo tra rischio reale e paura infondata. Quella che per anni ha bloccato tutto. Senza che fosse indispensabile

Hanno chiuso tutto. Hanno messo sotto chiave ogni cosa per 5 chilometri. Ed hanno ordinato che lì non si poteva fare niente: coltivare ortaggi, allevare bestiame, pascolare, allargare una stanza di casa e nemmeno costruire fabbriche. Tutto sotto una cappa. E se qualcuno voleva toglierla doveva prima effettuare delle costose analisi con cui dimostrare che lì, nella Valle del Sacco, non c’erano veleni. Ma era un errore, al limite dell’abuso: lo hanno scritto oggi i giudici del Consiglio di Stato nella sentenza 6417: un terreno può essere incluso nel perimetro di un SIN solo se esistono dati certi di contaminazione, non sulla base di ipotesi o allarmi endemici. E ad Anagni non c’erano.

Nel silenzio colpevole con cui spesso in Italia si archiviano gli errori istituzionali, il Consiglio di Stato ha scritto una pagina che mette ordine in una materia dove per troppo tempo hanno dominato l’approssimazione e il panico preventivo. I giudici hanno accolto il ricorso della ACS Dobfar Spa, ponendo fine alla controversa perimetrazione del SIN (Sito di Interesse Nazionale per i livelli di inquinamento al suo interno). Nella zona industriale di Anagni e più in generale nella Valle del Sacco.

Una cosa è il pericolo ed una la paura

La Valle del Sacco

I giudici hanno tracciato una linea di demarcazione: una cosa è il pericolo per la salute della gente ed una cosa ben diversa è la paura. Per chiudere dei terreni, bloccare ogni attività su di loro, occorre avere prove certe: non basta la paura che quelle aree possano essere avvelenate.

Una decisione che suona come una sconfessione. Non tanto per le scelte compiute nel 2016 dalla Regione Lazio allora guidata da Nicola Zingaretti e per l’amministrazione comunale di quel tempo affidata ad un centrosinistra guidato dal sindaco Fausto Bassetta. Agirono sull’onda dell’allarme e della preoccupazione di tutelare i cittadini.

Nicola Zingaretti e Sergio Costa firmano l’accordo per l’Ambiente (Foto: Benvegnu’ Guaitoli © Imagoeconomica)

La sconfessione piena è per il Ministero della Transizione Ecologica e per il Ministero dell’Ambiente: ai quali Nicola Zingaretti si rivolse chiedendo di rivedere quella perimetrazione. Lui per primo si era reso conto che le analisi stavano dando esito negativo e l’unico effetto era stato quello di mettere in fuga aziende ed investitori. Come nel caso della multinazionale del farmaco Catalent ed il suo investimento da 200 milioni di dollari, ritirato dopo avere atteso due anni una risposta su quei terreni.

E quando Nicola Zingaretti disse davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel pieno dell’assemblea regionale degli industriali di Unindustria, che avrebbe sollecitato la revisione della perimetrazione gli rispose a stretto giro la Sottosegretaria Ilaria Fontana del Movimento 5 Stelle di Frosinone: invitandolo ad impicciarsi delle competenze sue e non di quelle del ministero.

La prudenza come ideologia

Lo stabilimento ACS Dobfar

In nome della precauzione si finì per allargare il perimetro per ben 5 chilometri dall’alveo del Fiume sacco. In modo tale da includere aree industriali operative, terreni agricoli, lotti edificabili: tutto bloccato. Tutto etichettato come “potenzialmente contaminato”. Una scelta politica, più che tecnica, che mise in seria difficoltà imprese, investitori e semplici cittadini. Si invocavano il Lindano, il berillio, l’arsenico – senza però distinguere tra sostanze effettivamente presenti per attività umane inquinanti e quelle di origine naturale.

La ACS Dobfar Spa, all’epoca, fu l’unica azienda a opporsi apertamente. Lo fece da sola, senza il sostegno di enti pubblici o associazioni di categoria. E oggi il verdetto del Consiglio di Stato dà ragione a chi sollevava dubbi su quella che appariva come una demonizzazione del territorio più che un piano di bonifica.

Il vero problema di quella perimetrazione fu l’universalizzazione del sospetto: tutto il territorio divenne, per decreto, contaminato. E con esso, la sua economia. Da allora, per costruire o anche solo per vendere un terreno, servivano analisi costose e tempi biblici. Con il risultato di paralizzare investimenti e sviluppo in un’area già fragile.

Una sentenza che cambia il quadro

Daniele Natalia

Il sindaco Daniele Natalia rivendica oggi due scelte. La prima, quando era Consigliere di opposizione, di dire che quei 5 chilometri di perimetro erano un’esagerazione. La seconda, una volta diventato sindaco, il “coraggio amministrativo” di aver introdotto una procedura semplificata per i permessi a costruire, con rilievi puntuali e risultati concreti: nessun superamento dei limiti di contaminazione nei venti casi analizzati. Una statistica che, a distanza di anni, suona come prova a discarico dell’intera città.

La sentenza del Consiglio di Stato non cancella i problemi ambientali della Valle del Sacco. Ma riporta la discussione su binari razionali. Dice, con il peso della giurisprudenza, che la salvaguardia dell’ambiente non può essere affidata a mappe disegnate con il pennarello grosso, ma richiede dati, analisi, valutazioni proporzionate. In altre parole: la tutela dell’ambiente non può travolgere i diritti, né congelare lo sviluppo.

Aldo Mattia (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Ed è un bene che oggi, anche la Regione Lazio e il Governo, attraverso rappresentanti come Daniele Maura e Aldo Mattia, stiano lavorando per una riforma dei criteri di perimetrazione: perché il principio di cautela non diventi più un alibi per decisioni radicali, scollegate dalla realtà.

La saggezza del Consiglio di Stato

L’ambientalismo ad Anagni rischia di scivolare nell’estetica dell’allarme permanente. Questa sentenza ha il merito di restituire equilibrio a una materia troppo spesso politicizzata. Non è un invito a ignorare l’inquinamento ma a distinguere tra prevenzione e proibizionismo. Tra rischio calcolato e terrorismo ecologico.

La vicenda di Anagni dovrebbe insegnare che la difesa dell’ambiente non ha bisogno di dogmi ma di precisione. Di scienza, non di stigma. Di misure che proteggano, non che paralizzino.

E oggi, per una volta, a vincere non è il racconto apocalittico, ma il principio di realtà. Che è sempre la base di ogni buona politica – anche ambientale.