Alle suppletive di Reggio Calabria il centrodestra tiene il seggio con Roscioli al 51%, il candidato di Vannacci si ferma sotto l'11%, il campo largo al 36,6%. Il generale non sfonda, ma la premier non può ignorarlo.
Per mesi la politica italiana ha discusso di un uomo senza mai poterlo misurare. Domenica, in un collegio della Calabria, la misura è arrivata: e come accade spesso quando l’attesa è lunga, il numero è più piccolo della paura che lo precedeva, ma abbastanza grande da non poter essere archiviato.
Le suppletive di Reggio Calabria erano, per tutti gli schieramenti, qualcosa di più di un seggio alla Camera. Erano il primo test con il simbolo di Futuro Nazionale, il Partito di Roberto Vannacci, dopo mesi in cui la sua forza era esistita soltanto nei sondaggi e nei palinsesti televisivi. Il seggio, lasciato libero da Francesco Cannizzaro dopo la sua elezione a sindaco della città in maggio con il 65% dei voti, è andato a Fabio Roscioli, tesoriere di Forza Italia, con il 51,02%. Il cardiologo Frank Benedetto, candidato di Pd e Movimento 5 Stelle, si è fermato al 36,59%. Domenico Giannetta, l’uomo scelto dal generale, al 10,94%.
Il generale non ha fatto perdere il centrodestra e non avrebbe fatto vincere il centrosinistra nemmeno se fosse sceso in campo al suo fianco. È questa, prima di ogni altra considerazione, la frase che le due coalizioni portano a casa da Reggio. Con una precisazione che pesa: ha votato poco più di un elettore su cinque, il 22,34%.
Nemmeno l’incognita Vannacci è riuscita a riempire le urne.
La scelta del candidato e il suo limite

Vannacci non aveva scelto un estremista. Aveva scelto il più moderato degli uomini disponibili: Giannetta, fino all’estate capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, eletto con quasi diecimila preferenze. Un notabile, non un tribuno. La scommessa era che il radicamento del candidato e la novità del simbolo si sommassero. Il risultato dice che si sono, semmai, sovrapposti.
Lo ha scritto con freddezza Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend: un risultato «non esaltante», figlio più del consenso personale di Giannetta che di una reale capacità espansiva del generale. Nella cerchia di Giorgia Meloni il conto è ancora più severo: tre o quattro punti di voto d’opinione, il resto preferenze difese da un consigliere regionale in carica.
Resta aperta la domanda che a Reggio si pongono con meno eleganza dei politologi: se Vannacci abbia portato voti al suo candidato o gliene abbia fatti perdere.
La festa azzurra e la sua ombra

Il centrodestra ha festeggiato come una coalizione che ha temuto di perdere. Nella saletta del comitato di Roscioli c’erano Cannizzaro, il governatore Roberto Occhiuto, la capogruppo al Senato Stefania Craxi, il senatore Claudio Lotito. Dal palco, Cannizzaro ha rovesciato la promessa del generale, che aveva evocato per Reggio il destino della Sassonia-Anhalt, la regione tedesca conquistata dall’estrema destra: «Vannacci voleva la sua Sassonia? A Reggio ha preso le sassate». Occhiuto ha invitato la coalizione a «parlare meno di Vannacci». Antonio Tajani ha rivendicato una Forza Italia che «stravince», pilastro del centrodestra fondato da Berlusconi.
Ma nella stessa giornata, per qualche minuto, un esponente azzurro ha temuto l’apocalisse: circolavano exit poll apocrifi che davano il generale oltre il 20%. La suspense è durata poco. È rimasto, però, il segno di quanto la paura fosse reale. Un successo che consolida, in Parlamento, un fedelissimo della famiglia Berlusconi. E che per un pomeriggio sospende il clima di sospetti che ha attraversato Forza Italia nelle ultime settimane: non c’è miglior cemento della vittoria.
La replica del generale

Vannacci non ha accettato la lettura della sconfitta. Ha rivendicato di aver infranto il muro del 10% alla prima uscita con il simbolo, «senza aver mai rinculato di un millimetro» sui temi del programma, dalla remigrazione allo stop alle armi per l’Ucraina. E ha chiuso con una frase che dice molto del registro con cui intende stare nel dibattito: «Noi siamo appena decollati, voi continuate pure a pensare alle scollature», riferendosi alla condanna, arrivata anche dal palco reggino, per la foto falsa che ritraeva la sottosegretaria Matilde Siracusano.
La risposta di Meloni è stata un silenzio calcolato: nel rivendicare la vittoria «sul campo larghissimo delle opposizioni», la premier non ha nominato Vannacci, ma lo ha incluso, con quell’aggettivo, tra gli avversari. Non un alleato che si è smarrito, dunque, ma un concorrente da battere.
Il sollievo che non è tranquillità

A Palazzo Chigi si respira ma non si esulta. Poteva andare molto peggio, dicono: Futuro Nazionale oltre il 15%, e un centrosinistra improvvisamente competitivo in una roccaforte del centrodestra. È finita con quasi quindici punti di scarto tra i due poli, e l’opera di disturbo del generale si è rivelata vana.
Eppure la cautela prevale, e ha una ragione precisa. Un 11% in una regione e in un comune governati da Forza Italia con un consenso vastissimo non è la Sassonia d’Italia ma è un campanello d’allarme: proiettato su scala nazionale, in un territorio che non è nemmeno tra i più favorevoli al generale, resta un dato sufficiente a ridurre le possibilità di successo alle Politiche. Non sono previste altre suppletive. Quel numero, per mesi, sarà l’unico con cui fare i conti.
La legge che decide tutto

Ed è qui che il voto calabrese si salda con il nodo vero di questo autunno. Entro i primi giorni di ottobre l’Aula di Montecitorio voterà, a scrutinio segreto, la nuova legge elettorale. Senza quel passaggio nulla si può calcolare: né l’effetto Vannacci, che cambia a seconda del sistema in vigore, né la strategia della premier.
A Palazzo Chigi confidano che il nuovo meccanismo — che i suoi chiamano Stabilicum, i critici Melonellum — trasformi la contesa in un duello tra due leader, Meloni contro Elly Schlein. Un duello che la premier ritiene di poter vincere, al punto da accettare confronti televisivi.
Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, ha esorcizzato ogni dubbio: la legge «deve passare e passerà», l’alternativa «non è percorribile». Per questo la premier ha chiesto ai suoi vice, Tajani, Salvini e Lupi, di blindare i gruppi della Camera: una vittoria in Calabria non vale nulla se, nel segreto dell’urna parlamentare, la riforma viene impallinata.
Il fianco destro e le città

Il resto del piano è stato illustrato nello stesso vertice. Coprirsi a destra, dove Vannacci morde, con provvedimenti identitari come il decreto su scuola e burqa, e insistere nelle prossime settimane. Tamponare il caro energia, che la stessa maggioranza definisce il buco nero del consenso meloniano, con accordi come quello già siglato con Eni e Ip, cercando copertura per i primi mesi del 2027, in piena campagna elettorale.
E poi le città. A Milano, nel 2027, la sfida è in salita, e la coalizione non ha un candidato: Matteo Salvini spinge Silvia Sardone, Tajani preme per Matteo Perego, nessuno dei due vuole Maurizio Lupi. Il leghista ha bisogno di prevalere in vista del congresso, l’azzurro per dimostrare alla famiglia Berlusconi di difendere un nome gradito ad Arcore. Reggio ha dato alla maggioranza un pomeriggio di sollievo; Milano le ricorda che la compattezza rivendicata sul palco calabrese è, per ora, uno stallo.
Resta un fatto, e riguarda tutti. Per mesi il generale è stato raccontato come la grande incognita della destra, con un entusiasmo in cui era difficile distinguere la preoccupazione civile dalla gratitudine per gli ascolti. Ora l’incognita ha un numero. Il centrodestra c’è, Vannacci c’è anche se non sfonda, e la sinistra, che contava su di lui per vincere, ha scoperto che nemmeno lui le basta. La democrazia, quando finalmente misura, restituisce a ciascuno le sue responsabilità. Anche a chi sperava di non doverle esercitare.



