Dal risultato di Reggio Calabria al braccio di ferro sulla presidenza del Consiglio a Frosinone: la crescita di Futuro Nazionale rischia di sgonfiarsi, e con essa il peso politico di Antonio Scaccia e Francesca Chiappini.
Una bolla finanziaria è il momento in cui il mercato smette di ragionare e inizia a sognare. I prezzi corrono, gli investitori comprano perché tutti comprano, e il valore di azioni, case o altri beni si gonfia ben oltre la realtà. Finché l’entusiasmo regge, sembra che la ricchezza si crei da sola. Ma quando qualcuno si sveglia e si rende conto che quello che sta vivendo è solo un sogno e non economia reale, la fiducia evapora, partono le vendite compulsive e quella che era una corsa all’arricchimento si trasforma in una fuga generale. È allora che la bolla scoppia: i prezzi crollano, i patrimoni si dissolvono e l’economia paga il conto.
La storia della finanza mondiale è costellata di bolle diventate leggendarie: dai tulipani olandesi del Seicento, pagati come ville di lusso, al crack di Wall Street del 1929; dalla febbre per le società internet della fine degli anni Novanta, alla bolla immobiliare americana del 2008. Cambiano gli scenari e i protagonisti, ma il copione resta sempre lo stesso: l’illusione che i prezzi, e quindi la ricchezza, possano salire sempre. Poi invece arriva la realtà. E presenta il conto.
La bolla della politica

Anche la politica ha la sua bolla. Si forma quando il consenso intorno a un leader cresce più velocemente della sua reale capacità di trasformare popolarità e visibilità in potere elettorale stabile. Nei sondaggi, sui social e in tv il fenomeno sembra inarrestabile, resta però sempre la domanda ineludibile: quanti like e quanti applausi diventeranno voti espressi nell’urna?
È il rischio che accompagna ogni figura politica costruita attorno a una forte esposizione mediatica. Finché l’attenzione resta alta, il consenso appare in continua espansione. Ma se aspettative e risultati non coincidono, la crescita può rallentare bruscamente e l’onda che sembrava destinata a travolgere tutto può ritirarsi altrettanto rapidamente. Perché, prima o poi, arriva il momento della verifica: per tutti.
La verifica di Reggio Calabria

E la verifica, per Roberto Vannacci e per Futuro Nazionale, è arrivata nelle elezioni suppletive di Reggio Calabria della scorsa settimana. Il Partito ha superato la doppia cifra, fermandosi al 10,94%, ma il seggio è andato al candidato del centrodestra Fabio Roscioli, espressione di Forza Italia, che ha vinto con il 51,02%. (Leggi qui: Vannacci, l’incognita che a Reggio è diventata un numero).
Il dato politico più rilevante è proprio questo: il centrodestra ha dimostrato di poter vincere senza Futuro Nazionale e senza l’apporto diretto del generale. Per mesi il partito di Roberto Vannacci è cresciuto nei sondaggi: a giugno YouTrend lo accreditava del 5,9%, a settembre alcune rilevazioni lo hanno portato attorno all’8%, fino al 7,9% della rilevazione SWG del 14 settembre. Numeri certamente significativi, ma pur sempre fotografie di intenzioni di voto, non schede infilate nell’urna.

Poi è arrivata la Calabria. Il primo vero banco di prova elettorale di Futuro Nazionale con il proprio simbolo. Vannacci aveva alzato parecchio l’asticella, arrivando a evocare addirittura la “Sassonia futurista” e a puntare a un risultato superiore al 43%. Alla fine i voti veri hanno certificato un risultato, seppur in doppia cifra, ma certamente inferiore alle attese.
Attenzione, sarebbe esercizio di miopia parlare di flop. Un Partito nato da pochi mesi che si attesta oltre il 10% alla prima prova elettorale merita rispetto e considerazione. Ma sarebbe altrettanto superficiale leggere quel risultato come la certificazione di una futura indispensabilità.
Il paradosso nazionale

La questione è tutta qui. La crescita del generale potrebbe subire una brusca frenata nei prossimi mesi, anche perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è seriamente intenzionata a riprendersi lo spazio lasciato libero a destra (quello che fino a oggi stava occupando Vannacci), e l’onda che sembrava destinata a travolgere l’intero panorama politico italiano potrebbe ritirarsi con la stessa rapidità con cui è cresciuta.
Se Futuro Nazionale dovesse stabilizzarsi attorno a percentuali importanti ma non decisive, anche inferiori a quelle che oggi gli attribuiscono alcune rilevazioni demoscopiche, la sua funzione politica all’interno dell’area del centrodestra nazionale cambierebbe radicalmente. Da forza percepita come determinante, a forza complementare. Un di cui. Da potenziale ago della bilancia a partner costretto a trattare.
Il caso Frosinone

Ed è qui che il ragionamento nazionale incrocia inevitabilmente quello di Frosinone. Al Comune Capoluogo è in atto da oltre 120 giorni una prova di forza muscolare, tra il vicesindaco Antonio Scaccia (che del generale Vannacci è il proconsole sul territorio, insieme alla consigliera Francesca Chiappini) e il “resto del mondo”, inteso come sindaco, Lega, Lista Ottaviani, FdI, Polo Civico e Identità Frusinate, sulla elezione del presidente del Consiglio.
La pratica potrebbe risolversi, il condizionale è assolutamente d’obbligo, nelle prossime 24 ore, in modo trasversale, con l’elezione del consigliere Carlo Gagliardi, espressione della Lista Marzi. Per inciso, l’ex sindaco si sta rivelando l’autentico spin doctor delle dinamiche consiliari, con accelerazioni e frenate improvvise degne di Kimi Antonelli. Uno stile di “guida” quello di Marzi che però genera anche parecchi mal d’auto, sia in maggioranza che in opposizione.
In Aula potrebbe però anche accadere di tutto, visti i chiari di luna e visto che si vota a scrutinio segreto, il terreno di caccia preferito dai franchi tiratori. Si capirà meglio domani. In ogni caso, la partita sulla presidenza del Consiglio comunale è diventata ormai una prova dei rapporti di forza interni alla maggioranza del sindaco e nel centrodestra nel Capoluogo. Inutile girarci troppo attorno.
Il nodo finale

Il vero nodo gordiano, adesso, è capire quanto di questa prova muscolare resterà quando arriverà il momento decisivo: le comunali del 2027. Perché se Futuro Nazionale dovesse arrivare a maggio-giugno prossimi con un consenso nazionale tale da essere determinante per la vittoria del centrodestra, il peso di Antonio Scaccia e Francesca Chiappini sarebbe evidentemente diverso: sicuramente maggiore. Se invece il centrodestra riuscisse a considerare la componente vannacciana come importante, ma non decisiva, cambierebbe inevitabilmente anche il potere negoziale del Partito e dei suoi rappresentanti a Frosinone.
La domanda, quindi, non è se Vannacci abbia consenso. Ce l’ha. La domanda è se quel consenso sarà sufficiente per imporre condizioni agli alleati, oppure se finirà per essere “assorbito” dentro la coalizione di centrodestra che, nel frattempo, avrà dimostrato di essere autosufficiente.
E qui arriva il paradosso. Se la bolla Vannacci dovesse ridimensionarsi a livello nazionale, a cosa sarà servita tutta questa esibizione di muscoli a Frosinone? Tradotto: se alla fine Futuro Nazionale sarà perfettamente allineato a Lega e FdI e sosterrà Riccardo Mastrangeli, che resta oggi l’unico candidato sindaco del centrodestra (astenersi perditempo), sarà inevitabile chiedersi a cosa sia servito questo estenuante braccio di ferro che dura da mesi.
La formula di Machiavelli

Machiavelli lo spiegava con una formula che sembra scritta apposta per descrivere la situazione politica a Frosinone: «Bisogna essere volpe a conoscere i lacci, e leone a sbigottire i lupi». Mantenere la corda tesa è un’arte sottile ma se ci si accorge che il tiro alla fune non sposta poi tanto gli equilibri generali, allora è il caso di farsi qualche domanda.
Perché la politica non è un sondaggio. E nemmeno una prova muscolare. Alla fine arrivano sempre le urne. E lì non conta quanto grande sia sembrata la bolla. Conta soltanto quanti voti sono rimasti dentro.



