Mentre il mondo discute il blitz su Caracas e le ambizioni di Trump, ad Anagni Rimland aveva già indicato la rotta: Groenlandia, Venezuela, Taiwan non sono episodi isolati ma nodi di una stessa geopolitica interdipendente che oggi lascia l’Europa scoperta.
Mentre l’opinione pubblica si divide tra pro e contro il raid statunitense su Caracas e le mire di Donald Trump per i ghiacci della Groenlandia, esiste un luogo dove queste dinamiche erano state già tracciate con la precisione di una mappa nautica. Quel luogo è Anagni dove due anni fa, durante la prima edizione di Rimland, il forum nazionale di geopolitica e geoeconomia, era stato sottolineato che la politica contemporanea non vive di episodi isolati, ma di una interdipendenza ferocissima. (Leggi qui: Geopolitica ed economia locale: Anagni cuore del Mediterraneo).
Le previsioni inquietanti di Rimland
Uno dei meriti principali di Rimland e del pensiero di esperti come Filippo Del Monte (tra i fondatori del seminario) era stato quello di aver suggerito una visione del mondo integrata.

In quella prima edizione, mentre il mondo guardava esclusivamente all’Ucraina e al Medio Oriente, dal palco di Anagni si indicava proprio la Groenlandia come la prossima frontiera calda. Non per un capriccio, ma per ragioni strutturali:lo sfruttamento delle materie preziose, delle terre rare e il controllo di una piattaforma strategica protesa verso l’Artico.
Oggi con le dichiarazioni di Trump che definisce l’isola “assolutamente necessaria”, quella visione trova conferma. La Groenlandia non è più una terra remota ma, come ha sottolineato Del Monte, tornando sui temi toccati da Rimland, “la principale piattaforma che garantisce la sicurezza degli Stati Uniti, sia per le risorse fondamentali nell’era dell’intelligenza artificiale, sia come avamposto securitario”.
I corollari di McKinley e Roosevelt
L’analisi di Del Monte ha, tra l’altro, rotto la narrazione mainstream che campeggia in questi giorni sul fronte venezuelano. Se buona parte dei media parlano esclusivamente di petrolio e lotta al narcotraffico, per Del Monte le motivazioni sono di stampo imperiale. Ha spiegato cheTrump non sta applicando la Dottrina Monroe in senso stretto (quella che vedeva gli USA come semplici garanti contro il colonialismo delle potenze europee), ma sta resuscitando i corollari di McKinley e Theodore Roosevelt.

Prevedono che“gli Stati Uniti possano unilateralmente intervenire nel continente americano, qualora ritengano che i propri interessi di sicurezza, economici o politici siano minacciati dalla presenza di interessi di potenze rivali”. In tal senso, per l’analista anagnino, l’intervento a Caracas, definito come una “operazione di polizia internazionale”, troverebbe la sua vera genesi nella presenza massiccia della Cina in territorio venezuelano.
Gli Stati Uniti, con la nuova strategia di sicurezza nazionale, avrebbero riaffermato che il continente americano è il “giardino di casa” e non sono tollerati nemici interni. Il petrolio, quindi, è solo un’opzione in più, un elemento collaterale di una rimozione politica necessaria a estirpare l’influenza asiatica.
Gli Stati Uniti chiudono l’ombrello sull’Europa
L’interdipendenza sostenuta come categoria con cui interpretare la geopolitica contemporanea si manifesta, del resto, in ogni angolo dello scacchiere. Del Monte ha ricordato, tra gli altri, il caso del Canale di Panama: lo scorso anno la Casa Bianca aveva minacciato un intervento militare per impedire che una holding cinese acquistasse la società di gestione del transito.

Se si mettono assieme i tasselli, si ottiene un puzzle coerente: gli Stati Uniti non si comportano più come gendarmi del mondo, ma come una potenza imperiale che difende i propri interessi diretti con un unilateralismo chirurgico.
L’aspetto più inquietante della riflessione di Del Monte ha riguardato l’Unione Europea. Nel momento in cui gli USA definiscono aree di sicurezza primarie e “giardini inviolabili”, legittimano indirettamente altre potenze a fare lo stesso: la Cina nel Mar Cinese Meridionale o la Russia nel suo “estero vicino”.
E quindi, ha sottolineato l’analista della città dei papi, “il problema strategico per l’Europa […] è che come europei non possiamo più godere non solo dell’ombrello di sicurezza americano, ma dell’appoggio statunitense circa la garanzia dei nostri interessi e della nostra sicurezza”.
Serve una visione geopolitica integrata

L’Europa si ritrova nuda, priva di quella garanzia che l’ha protetta per decenni, in un mondo dove la forza del diritto sta cedendo il passo alla forza. Una prospettiva inquietante. Un modo per contrastarla può essere quello di cominciare a non valutare solo l’evento del giorno, ma leggere i fili invisibili che collegano le terre rare della Groenlandia alle raffinerie di Caracas e ai microchip di Taiwan.
Perché solo una visione geopolitica integrata può permettere all’Italia ed all’Europa di non essere spettatori passivi di un cambiamento d’epoca. Ma attori consapevoli in un mondo che non fa sconti agli ingenui.



