La ZES del Mezzogiorno crea una frattura tra territori confinanti. La Regione Lazio interviene con 6 milioni per i piccoli Comuni esclusi, puntando a riequilibrare gli effetti. Ma la partita sullo sviluppo resta aperta.
La linea invisibile della ZES: chi resta fuori e chi prova a rientrare
C’è una linea, sottile ma decisiva che attraversa il basso Lazio; non è segnata sulle carte geografiche ma pesa nei bilanci dei Comuni, nelle scelte delle imprese, nelle aspettative di sviluppo. È il confine della ZES unica del Mezzogiorno: da una parte gli incentivi, dall’altra niente. E proprio su quella linea si muove l’operazione annunciata dall’assessore regionale al Bilancio Giancarlo Righini: 6 milioni di euro in tre anni per i piccoli Comuni delle province di Frosinone e Latina rimasti fuori dal perimetro della Zona economica speciale. Non è un dettaglio tecnico. È un intervento politico.
Perché quando territori confinanti vengono trattati in modo diverso, il rischio non è solo economico. È che si crei una frattura strutturale. Comuni a pochi chilometri di distanza che giocano partite completamente diverse: uno con incentivi, l’altro senza. Uno attrattivo, l’altro marginale.

La storia del Cassinate lo racconta con molti dettagli: quando negli Anni ’90 venne cancellata la Cassa per il Mezzogiorno e furono istituiti gli Obiettivi 1 e Obiettivi 2, Cassino ed il suo sistema industriale facevano parte della seconda categoria. ma decine di industrie sbullonarono di notte i macchinari e si trasferirono ad una ventina di chilometri di distanza, nell’Alto Casertano ed in Molise, dove c’erano ancora gli incentivi assicurati alle Regioni in Obiettivo 1. Ed è proprio questa distorsione che la Regione prova a correggere.
Non assistenza, ma riequilibrio: la strategia della Regione
Il messaggio di Righini è chiaro e, in un certo senso, difensivo: «Non è assistenza». È una precisazione che dice molto. Perché dietro quei 6 milioni non c’è l’idea di un sostegno emergenziale ma quella di una compensazione strutturale. Non è un’aspirina con cui farsi passare il malcontento ma un’occasione per costruire le condizioni che mancano per competere alla pari con chi è stato classificato in area Zes, mentre la Ciociaria è un passo fuori da quel perimetro esattamente come negli Anni ’90
«Interveniamo per evitare squilibri competitivi tra aree geograficamente vicine ma soggette a regimi differenti», spiega l’assessore. Tradotto: se lo Stato crea una disparità, la Regione prova a riequilibrarla.

La misura – voluta insieme al presidente Francesco Rocca e alla vicepresidente Roberta Angelilli – si inserisce nella legge di stabilità 2026 e ha un target preciso: Comuni sotto i 15 mila abitanti, situati entro 25 chilometri dai territori ZES di Abruzzo, Molise e Campania. Una fascia grigia, finora senza strumenti. Adesso qualcosa cambia.
I numeri (e la politica dietro i numeri)
Il meccanismo è semplice, quasi didascalico: 2 milioni l’anno dal 2026 al 2028, distribuiti in base alla popolazione, con una soglia minima garantita di 10 mila euro annui per Comune. Pochi soldi? Dipende da come li si guarda.

Per un grande intervento industriale, irrilevanti. Per un piccolo Comune, una leva concreta di programmazione. Ma il punto non è solo contabile. È politico. Perché questa misura disegna una linea precisa: la Regione Lazio sceglie di non lasciare soli i territori di confine. E lo fa anche attraverso una filiera politica ben riconoscibile, che passa dai consiglieri di centrodestra – Alessia Savo, Daniele Maura, Vittorio Sambucci, Emanuela Zappone, Cosmo Mitrano, Angelo Tripodi – fino alla giunta regionale.
È una scelta che parla a un elettorato preciso: quello dei piccoli Comuni, spesso dimenticati nelle grandi strategie.
Lo scenario: la partita vera si gioca sul confine
Resta però una domanda, che in controluce emerge chiarissima. Può una misura compensativa riequilibrare davvero l’effetto di una ZES? Probabilmente no.

Perché gli incentivi della Zona economica speciale non sono solo finanziari. Sono attrattivi, sistemici, strutturali. Spostano investimenti, orientano scelte industriali, ridisegnano geografie economiche. E allora quei 6 milioni diventano qualcos’altro. Non la soluzione, ma il segnale politico di una presenza. La Regione dice ai territori esclusi: non siete fuori dal gioco. Ma la partita vera resta aperta. E si gioca tutta su quella linea invisibile che divide chi è dentro e chi è appena fuori.



