Quel bimbo con i capelli congelati per andare a scuola e insegnare a noi (di M.R. Scappaticci)

Il bimbo che percorre quattro chilometri a piedi a -9 gradi per andare a scuola. E arriva con i capelli congelati. Cosa insegna al nostro mondo ed al nostro tempo. Ed a cosa dovrebbe farci pensare...

Maria Rita Scappaticci
Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

Esistono diverse realtà, fortemente in contrasto che ci regalano scenari paradossali.

Un bambino si fa 4 chilometri di strada a -9 gradi per raggiungere la scuola perché sostiene che è bella e si imparano tante cose, soddisfatto del pasto di pane e latte del quale può usufruire a mensa. Definisce bella la scuola e bella la conoscenza, le cose nuove imparate e gli amici. Proviene da zone rurali e probabilmente poco civilizzate della sua città.

E poi c’è la storia dei paesi definiti “civili” dove un professore viene picchiato da alcuni genitori. E non c’è neanche da indagare troppo la motivazione che ha alimentato un simile gesto perché nulla può giustificare simili scempi da gente che si definisce civile.

Facendo un grande sforzo e sospendo la smania di giudizio, una riflessione a questi due episodi viene spontanea. Ci definiamo gli abitanti del mondo moderno, dell’emancipazione, del progresso e della gente che si trasforma. Rappresentiamo la più alta forma di popolo evoluto tra le razze presenti sulla faccia della terra.

Eppure proprio da un popolo che vive con l’essenziale ci proviene un grosso esempio di vita: un bambino sceglie di raggiungere la scuola nonostante non ci sia neanche una strada e mezzi idonei per raggiungerla e per giunta è disposto alle più pericolose intemperie per avvicinarsi alla sapienza e imparare.

Quale tra questi due fanciulli avrà imparato la migliore lezione di vita?

C’era un tempo in cui anche tra le genti del mondo moderno si scappava dai campi con pochi e accennati oggetti di cancelleria per imparare. E non si voleva solo fuggire dal lavoro faticoso della terra. Si voleva imparare a scrivere e leggere, si desiderava ardentemente stare tra quei banchi seppur col rischio di prendersi le bacchettate sulle mani dei vecchi e sapienti maestri.

Esisteva e si perseguiva la pratica della disciplina, forse rude e prepotente che ti lasciava il segno sulle mani, ma ti proponeva il rispetto verso l’adulto e verso chi poteva insegnarci qualcosa perché davvero riusciva a farci essere migliori.

E oggi la disciplina di un tempo ha lasciato il posto alla violenza e alla prevaricazione.
Ci indigniamo per le bacchettate sulle mani e poi diamo vita a furie inaudite di azioni aggressive che farebbero rimanere inorriditi i popoli più arretrati della terra.

Probabilmente apriremo a nostra discolpa la storia che è colpa della società, dei modelli proposti dai media, dagli esempi sbagliati e da quello che ci circonda.

Cercheremo al di fuori le colpe per alleviare le nostre coscienze quando intraprendiamo azioni dalla dubbia legalità.

In questo processo di delega all’esterno sfugge un particolare. La società siamo noi. Ognuno col suo grado di istruzione, con i propri modelli e con le proprie azioni, costruisce un pezzo nel proprio angolo di mondo.

Caro bambino che sfidi la neve, prosegui la tua strada e insegnaci qualcosa perché la civiltà ha bisogno proprio di te.