Se avessi avuto un figlio… Il dolore del terremoto raccontato ai bimbi

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

Se avessi avuto un figlio lo avrei portato a fare la spesa con me.

Gli avrei spiegato che c’è qualcuno che ha perso la propria casa, tutte le sue cose più care, la sua intimità.

E gli avrei detto di acquistare qualcosa dalla quale non si separerebbe mai, di pensare poi a qualcos’altro di utile e che lo fa sentire meglio quando sente la mancanza della sua mamma.

Gli avrei detto, inoltre, di ricordarsi tutte le azioni che compie durante la giornata e scegliere un oggetto senza il quale quella cosa importante non si potrebbe fare.

Gli avrei spiegato che quando si aiuta qualcuno che è in difficoltà si è felici e ci si riempie il cuore.

Mi avrebbe fatto tante domande, lo so.

Sarebbe stato curioso di sapere cosa succede e perché bisogna comprare delle cose per qualcuno che non conosciamo e che non abita con noi.

Sicuramente non gli avrei detto che c’è chi occupa delle case senza averne diritto, oppure che la sua paghetta settimanale, donata per il bene di qualcuno, sarebbe potuta finire in mani sbagliate. Avrei colto una buona occasione per renderlo sensibile, quanto basta per divenire d’aiuto a chi ha di fronte solo la catastrofe.

Si perché di distruzioni e morte ne sentiamo tante ma non sappiamo ne abbiamo la minima idea di cosa sia e neanche potremmo descrivere con le parole gli occhi sbarrati e lucidi di chi d’improvviso vede cancellato i suoi anni passati e futuri.

Se fossi qui, caro figlio ti direi di ascoltare il buon senso e di tendere la mano.
I gesti, sono semplici ma universali.

Le parole sono incalzanti, in certe situazioni inutili, fastidiose, di circostanza e di propaganda e di certo nel corso dei mesi non serviranno ad alleviare una sofferenza che emergerà dirompente nel quotidiano rendendo consapevole chi adesso sa che dietro i suoi averi ha perso le sue abitudini personali insostituibili.

Ci sono dei momenti in cui davvero bisogna rendersi attivi per le nostre possibilità, anche piccole, e se proprio non si può allora l’alternativa è tacere.

Rispettare un dolore che non capiamo ma che distrugge è un dono, è un regalo che possiamo fare per dare sollievo ad un animo confuso, che non sta pensando di sfrattare qualcuno perché la propria casa è crollata, ma vuole rimanere ancorato alle sue pietre perché in quei calcinacci c’è la sua vita.

E allora per recuperare un minimo di dignità si ha bisogno di tempo, di spazio, di silenzio, lontano da domande inutili, da sguardi indiscreti che vorrebbero mostrare la tragedia passando per le lacrime di qualcuno.

Nessuna immagine, nessun video riuscirà a raccontare la paura, la voce rotta, la desolazione se non sintonizziamo le nostre emozioni. E molto spesso questo non accade perché sarebbe un fardello troppo tosto da sopportare.

Lascerebbe angoscia, tristezza, paura. Preferiamo sapere ma non sentire.

Ebbene, ci sono momenti in cui le persone devono avvertire che le sentiamo, che capiamo il loro dolore e non perché hanno bisogno di qualcosa in cambio, solo per rendere se stessi più umani dinanzi alla sconcertante scoperta che non si può controllare tutto e che d’improvviso ogni cosa può sgretolarsi e lasciare fumo.

E allora il silenzio verrà da se, sarà dolce, sarà di rispetto, sarà intriso di premura per chi in quel momento se lo merita.

Non ci saranno alternative ma solo voglia di donare. Sarà il più bel regalo che sia stato mai fatto, ed avrà insegnato a noi a stare in contatto con la vita.

I luoghi del dolore amano il silenzio, il raccoglimento, la discrezione perché conservano la memoria di ciò che è stato ed il ricordo, in alcuni casi, è l’unica cosa che rimane di una vita spezzata ingiustamente.

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