Fallire non significa essere falliti

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

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di MARIA RITA SCAPPATICCI

Psicologa e blogger

 

Un famoso scrittore ha affermato: “Se sai trattare nello stesso modo due impostori – Trionfo e Disastro- quando ti capitano innanzi, il mondo è tuo con tutto ciò che è dentro”.

Come siamo soliti trattare il fallimento?

Probabilmente apparteniamo alla categorie che ritiene di collezionare buchi nell’acqua, sconfitte, continui insuccessi. Probabilmente non riusciamo ad ottenere risultati validi nel perseguire i nostri obiettivi. Probabilmente siamo perdenti.

Non sappiamo che, quasi certamente, abbiamo innescato lo schema del fallimento: un circolo vizioso di pensieri ed azioni con cui alimentiamo un modello inesorabilmente diretto verso la sconfitta.

Scardinare la trappola mentale del “ho perso, quindi sono fallito e perderò sempre” è la vittoria verso la riuscita.

Ancora una volta, leggiamo la realtà.

Cosa sappiamo? Non abbiamo raggiunto la meta, ma, presumibilmente, abbiamo ottenuto delle informazioni su come non va affrontata la situazione in esame. Abbiamo ottenuto qualcosa, abbiamo arricchito il nostro sapere, possiamo aggiustare il tiro per percorrere un nuovo tentativo o, se necessario cambiare strada.

L’errore comune è la generalizzazione degli eventi: la modalità con la quale affrontiamo il singolo caso non rappresenta completamente noi stessi ma solo un singolo momento che ci troviamo a gestire.

E’ proprio questo errore a dirigere il nostro modo di pensare. “Collezionare” insuccessi fa parte della mente di colui che si lascia trascinare dagli avvenimenti, colui che non osserva, colui che spera di cambiare le cose continuando a praticare lo stesso schema.

Si persevera nello stesso tentativo, sempre allo stesso modo, fino a che si smette di tentare e si scappa dal mettersi in gioco perché fallire non è solo sconfitta ma è anche vergogna di non sentirsi capaci.

Ne consegue un limite alle nostre aspirazioni, smettiamo di ambire, di sperare. E la fuga è un insuccesso ancora più certo della probabilità di provarci.

Si sceglie di non fare per paura della delusione o, per eccesso di perfezionismo, di non essere all’altezza delle aspettative che abbiamo di noi stessi.

La psicologia afferma che queste personalità hanno sperimentato, fin dall’infanzia, critiche verso la non riuscita, giudizi negativi sul proprio modo di fare, facendo proprio, anche da adulti, un modo di essere negativo che non rispecchia il nostro effettivo valore.

Attivando il circolo vizioso della perdita, auto-sabotiamo le nostre iniziative, non proviamo, rimaniamo inermi a contemplare i nostri pensieri che diventano macigni e scavano nel profondo, confermando la valutazione negativa che ci portiamo dietro.

E allora? Siamo destinati ad essere falliti?

Riuscire a gestire il dolore del fallimento è sicuramente una grande sfida, perché induce a mettersi in discussione, ci porta necessariamente a reinventarci, è un lavoro su noi stessi carico di energie.

Sperimentare la non riuscita è un atto di forza, presuppone maturità, e soprattutto voglia di conoscersi.

Sarà sicuramente plausibile che non siamo onniscienti o capaci di tutto ma è davvero raro che una persona non abbia alcuna attitudine.

Necessariamente dobbiamo dare a noi stessi la possibilità di riuscire dove possiamo, e per farlo dobbiamo essere obiettivi verso il nostro essere. Accettiamo di essere arrabbiati e delusi, analizziamo le nostre emozioni, modificandole in input per un nuovo inizio. Prendiamo tempo per risollevarci dalla sconfitta: se siamo stanchi, saremo negativi e incapaci di riflettere, e metabolizzare l’insuccesso vuol dire prendersi cura di sé. Ripartiamo sulla base delle nuove conoscenze acquisite: reinventare un’idea mette in moto ed aumenta il nostro senso di autoefficacia.

Imparare a conoscersi è il primo successo che siamo destinati a perseguire.

Non siamo falliti, al massimo possiamo fallire e fallisce solo chi non si accontenta.

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