Lavoro dipendente? No: dipendenti dal lavoro (ci sono pure loro)

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

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di MARIA RITA SCAPPATICCI

Psicologa e blogger

 

Si ci sono anche loro. I dipendenti dal lavoro, quelli che non staccano mai, quelli per i quali la loro professione è vita. Sempre.

Questi individui sono assolutamente assorbiti dalla propria attività, a tal punto da lasciare in secondo piano la vita sociale, la famiglia e qualunque altro settore che possa distoglierli dai propri impegni di natura lavorativa.

E’ stata definita sindrome da dipendenza da lavoro, per gli addetti ai lavori sindrome da workaholism, che letteralmente significa “ubriaco da lavoro”, associando il problema alla sindrome da alcoldipendenza.

Prima del 1971 il soggetto che andiamo descrivendo, definito stacanovista, poteva vantare le lodi dei suoi superiore e godere di una buona dose di stima per il suo operato.

Dopo questa data, si sono succeduto una serie di morti da stress lavorativo, tanto da spingere le ricerche mediche a documentarsi sulla faccenda.

Si scopre così che il workaholic, colui che vive tale forma di dipendenza, assume le caratteristiche di un ossessivo, uno che ha la mente assolutamente prese dal suo mondo professionale e non riesce a farne a meno.

Il suo è un vero e proprio bisogno di lavorare, dimenticando gli affetti, le relazioni amicali, la differenza tra casa ed ufficio, alimentando un distacco enorme con l’ambiente familiare e sociale.

Se volessimo identificare i segni premonitori di tale situazione potremmo dire che è un dipendente da lavoro colui che:

• Dedica volontariamente più di 12 ore al giorno al proprio lavoro, compresi weekend e vacanze;
• E’ sempre alla ricerca di impegni, per poi lodare il suo essere indispensabile;
• Non ha un buon rapporto con i colleghi, perché non condividono la sua stessa etica professionale;
• Ha tratti maniacali e rigidi nell’eseguire i compiti a lui assegnati;
• Abusa di caffeina o altri stimolanti per mantenere i suoi ritmi frenetici;
• E’ facilmente irritabile ed ha frequenti sbalzi d’umore.
I propri derivati da un simile atteggiamento possono essere di natura fisica, e quindi gastrointestinali, cardiaci, muscolari.

Ma è estremamente rilevante la componente psicologica: lo stress, i tratti ossessivi, la compulsione a ricercare attività, l’ansia, i disturbi del sonno.

In sostanza, questi soggetti alimentano la propria gratificazione dall’azione professionale.

Il punto è che una volta ottenuta la soddisfazione della riuscita viene percepita come insufficiente e non appagante, ricercando continuamente nuovi stimoli.

Abbiamo di fronte un individuo “drogato” dal lavoro, per il quale nulla esiste al di fuori del proprio ufficio, ma paradossalmente percorrere una carriera brillante non sarà mai motivo di elogio per se stesso, perché non sarà mai abbastanza.

Questo problema, agli esordi degli approfondimenti in letteratura, è stato inserito in quelle che vengono definite le new addiction o nuove dipendenze, proprie per il indicare il carattere patologico intrinsecamente nascosto in un simile atteggiamento.

L’ubriaco da lavoro non ha tempo libero, non ne vuole, alla pari di un alcodipendente che non riesce a stare senza bere.

Pensano al lavoro anche quando non stanno lavorando e non ce n’è effettiva necessità, sono perfezionisti come tratto caratteriale e non si accontentano.

Il paradosso è che in questi casi l’eccessiva quantità ti tempo dedicata al lavoro non necessariamente coincide con obbiettivi di qualità raggiunti ed ottime strategie impiegate.

Un lavoro fatto bene, come qualsiasi attività che si prefigge di alimentare deve necessariamente conoscere una fase di distacco, per essere guardata con occhi differenti e per smontare il peso della pesantezza dell’impegno.

E’ evidente che fare un lavoro fatto bene richiede anche la possibilità di eseguirlo col necessario distacco, per dare modo al nostro cervello di scaricarsi e ripartire più agile di prima.

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