Per comprendere l’altro non basta ascoltare ciò che dice (di M.R. Scappaticci)

Perché nascono così spesso le incomprensioni? Non ascoltiamo. E non veniamo ascoltati. E poi: per comprendere l’altro non basta ascoltare ciò che dice. 

Maria Rita Scappaticci

Psicologa e blogger

E’ più facile essere fraintesi che essere capiti.

Lo sanno tutti, lo pensano in molti e lo sperimentano di fatto ogni giorno. E se ne dispiacciono, usando tutti i mezzi comunicativi che la nostra cultura possiede, arrivando ad adirarsi e alzare la voce per fare in modo che arrivi il proprio pensiero.

Eppure non accade o se accade non sarà mai completamente.

Perché? Siamo l’espressione di culture diverse anche se facciamo parte dello stesso gruppo. Siamo ognuno portatore di idee e modi di pensare differenti anche nello stesso circolo di conoscenti.

Ma non è la differenza di vedute a rendere la comunicazione impossibile. E’ più facile aspettarsi l’incomprensione tra popoli di paesi lontani per tradizione e pensiero. Invece è ammissibile anche tra gente dello stesso Stato ma di città geograficamente opposte. E’ più facile ed evidentemente più comprensibile.

Ciò che lascia stupiti è che l’incomprensione è presente ogni volta che intraprendiamo una semplice conversazione col vicino di casa o peggio ancora con le persone con le quali abbiamo legami anche profondi.

Ed il motivo è presto detto. Per comprendere l’altro non basta ascoltare ciò che dice. Bisogna rendesi partecipi del suo modo di esprimere i propri pensieri.

Se ci si pensa bene durante una normale conversazione siamo troppo occupati a pensare in sequenza agli argomenti personali che vogliamo esporre e, fondamentalmente, ascoltiamo poco di quello che l’altro sta dicendo.

E anche l’altro farà lo stesso. Questo aspetto fondamentale della comunicazione manca. Ne siamo carenti tutti.

Di contro l’altro comprenderà quello che gli serve, e solo quello, per completare la sua idea, il suo schema mentale già presente.

Quando tentiamo di comunicare lo facciamo impropriamente, non mettendo in pratica il l’aspetto fondamentale che distingue la comunicazione tra due persone col monologo.

Non ascoltiamo in maniera attiva.

L’ascolto attivo, utilizzato in psicologia, sta alla base di tutte le tecniche che ci consentono di condurre un colloquio che abbia valore di accoglienza e terapeutica

Se non siamo attivi abbastanza da “sentire” non possiamo sperare di comprendere né di essere compresi.

Una delle tecniche utilizzate in psicologia si chiama role playing. Permette agli “attori” di mettersi, per alcuni minuti, nei panni dell’altro, di cercare di immedesimarsi il più possibile nell’altro e parlare e rispondere proprio come farebbe l’altro.

E’ illuminate come persone che non avevano mai trovato un punto d’incontro abbiano poi capito il senso del pensiero dell’altro e siano arrivati ad una conclusione comune, migliorando la comunicazione.

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