A.A.A. Cercasi femministe disperatamente per non prendere più cazzotti in faccia

Uomini che prendono a pugni le donne: a caso, in mezzo alla strada. Ma l'ondata di indignazione del mondo femminile non s'è alzata. Come avvenne per Maria Elena Boschi quando venne usata come cover girl del Governo

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Lecco, 11 settembre 2019: Aggressione alla stazione. Senza motivo un 30enne ha prima spintonato una 18enne, poi gettato a terra una donna di 56 anni.

Torino, 14 settembre 2019. Ancora un’aggressione che non ha un motivo. Un uomo a Torino ha iniziato ad aggredire i passanti senza motivo. Fra le vittime, ferita da un pugno al volto, c’è stata anche Gloria Cuminetti, attrice bergamasca di 30 anni: colpita con un pugno così violento da farla finire a terra, praticamente svenuta.

Strano che il tizio del video choc di Lecco e di seguito il tizio di Torino abbiano scelto di colpire solo donne. E strano che molte donne, che sono giustamente sempre sensibili all’argomento della violenza sulle altre donne, questi due tristi episodi li abbiano ignorati.

Certe vicende procurano ondate di giuste proteste. Altre, invece, non emozionano. Forse le grandi agitatrici del femminismo sono più caute in certi frangenti e meno in altri. Comunque, resta che questa cosa dei cazzotti in faccia a caso alle donne da parte di certi tizi è ormai una moda.

Non voglio essere un’altra femminista che critica il femminismo che critica le femmine che criticano il femminismo. E non voglio essere l’ennesima donna che critica il femminismo perchè il femminismo è morto.

Non è morto. Ma non è nemmeno vivo. Ci sono cose del femminismo che mi lasciano allibita. Forse dovrei dire delle femministe. O forse no. Il femminismo borghese da palazzo per esempio. Quello della battaglia campale per declinare sindaca, assessora, architetta al femminile. Oppure per l’uso di termini soft come prostituta, escort e sex worker. Il primo è il ,termine standard, il secondo sdoganato da Silvio Berlusconi. Il terzo è il politically correct dell’avanguardia femminista che ce l’ha con le bigotte.

Fuori le tette per solidarietà alla “Capitana” (non ho nulla contro le Capitane), secchi di vernice rosa contro il patriarcato di Indro Montanelli (dopo morto). Ma dov’erano quando uno scassatissimo e mediocrissimo Governo usò la signorina Maria Elena Boschi come “cover girl” per riempire le assenze di professionalità, esperienza e preparazione che latitavano come un parcheggio alle undici del mattino in pieno centro?

Niente lauree, ma red carpet, defilè in costume ed occhi oggettivamente belli. La classica “mercificazione del corpo femminile” con la quale le signore femministe ci hanno ravanato le balle per anni, facendo sentire in colpa ogni uomo che sotto la spinta di impulsi, guardavano due belle tette senza entrare nel merito dei titoli professionali o del curriculum vitae della proprietaria.

Dov’erano le signore femministe quando “miss riForme” veniva spesa in ogni occasione, anche e soprattutto in quelle dove oggettivamente non c’entrava una mazza, solo per fare da graziosa tappezzeria? Anche questo caso alle pervicaci sostenitrici dell’uguaglianza dei sessi alle quali, e giustamente, bruciava il maschilismo di Silvione, non è stato percepito.

Alcune cose pare siano trasmesse nella banda dell’ultravioletto o dell’infrarosso. E agli italiani, anche a quelli che si proclamano “femministi”, piace atteggiarsi, emuli in sedicesimo, del Rocco nazionale.

Resta di fatto che noi, donne, seguitiamo a prenderci cazzotti in faccia. Casualmente. Immotivatamente. Ed anche oggi, le femministe sensibili alla violenza sulle donne, si indignano domani. Essere credibili nell’indignazione richiede coerenza.