La morte non rende tutti uguali (Il caffè di Monia)

La morte è diversa. Non tanto nel modo di presentarsi. Ma nel modo in cui noi ci presentiamo all'ultimo appuntamento. Ora c'è la moda della Porsche. Quasi a voler riscattare con l'ultimo viaggio, una vita intera vissuta come su una Panda

Non ho intenzione di parlare della morte in sè. La morte è bastarda e non merita attenzione. Della morte si dice che colpisce senza distinzione di genere, etnia, carichi pendenti, orientamento politico, attitudine sessuale, titolo di studio, certificato vaccinale, tifo calcistico, religione, spacciatori, acquirenti, ladri, rapinatori, poliziotti, politici che pensano solo ai fatti loro e politici che pensano solo ai fatti loro.

Molti riescono a convincersi che la notte non sia senza fine, altri no. La morte ci siede accanto, si alza e si addormenta con noi, ci sta addosso come un’ombra, ci aderisce come il sudore in agosto, ci avvolge come un accappatoio. Eppure, dopo tanto progresso, non siamo in grado di gestirla.

Si dice pure che dopo la morte si è tutti uguali. E anche qui ho i miei dubbi. Di sicuro, o quasi, non puoi scegliere di quale morte morire, ma puoi però decidere se al rito funebre vuoi arrivarci in Porsche, in carrozza o nel pieno rispetto dello status symbol che ti ha contraddistinto tutta la vita: da povero disgraziato.

Un meccanismo perverso pare abbia fatto breccia nella testa di parecchi: un ultimo viaggio in Porsche per riscattare un’intera vita alla guida di una Panda smarmittata. Un ultimo viaggio più che dignitoso, non c’è che dire. Ovviamente non alla portata di tutti. Ma l’ultimo desiderio non si nega neppure ai condannati.

Ieri sono stata al paese dove è nato mio nonno. È uno di quei paesi in cui c’è disordine ovunque, un disordine cresciuto negli anni senza censure, senza controlli, senza l’indignazione di nessuno; incurabile perché nessuno lo ha mai creduto una malattia. Lui è seppellito lì. Al cimitero non ci vado. Quelle poche volte che sono andata è stato inutile. Non capivo in quale direzione fosse la testa. Mi sedevo accanto alla lapide, ma non vedevo l’ora di andarmene, delusa come una che è andata ad un appuntamento al buio in un posto sbagliato. Io le preghiere non le so dire, e se le dico mi distraggo.

Allora, con mio nonno ho trovato un altro modo di parlare: guardando le case abbandonate del suo paese. Ascoltando i silenzi richiamati dall’ombra e dalle pietre nel tepore tra muro e muro come tra palmi stretti. Quando vado via di lì so che io e mio nonno ci siamo capiti, e tanto basta.

Faccio un giro in centro. Nelle abitazioni abbandonate, le finestre sono palpebre chiuse che vegliano. Accanto a queste, le anziane vestite di nero siedono sulle scale di casa. Riconoscono subito chi non è del posto, dagli abiti della città e il passo di chi non è abituato alla lentezza. Da queste, parti il niente da fare è la cura.

Qualcuno mi riconosce e saluta. La signora Maria va all’ospizio quando ha paura di restare sola in casa, per via dei giovani che vanno a rubare in giro. Mentre andiamo in piazza io la tengo sotto braccio camminando piano, ma lei dice che non devo rallentare perché lei al mio passo ci può stare. Mi dice anche che alle quattro ci sarebbe stato il funerale della buonanima del “Conte”.

Buonanima si dice di chi è trapassato, pure di chi buona l’anima non l’ha mai avuta. È che la morte resta l’oltraggio più grande, l’unico reato senza remissione, dinanzi al quale anche le malefatte più esecrabili del morto possono, anzi devono essere perdonate. Il Conte, buono non lo è mai stato. In paese si dice che ha fatto morire la moglie di crepacuore a forza di cercarlo per cantine e pagare i debiti del tressette. I figli non l’hanno mai perdonato e sono andati a vivere in Canada.

La signora Maria si guarda intorno e mi fa cenno di avvicinarmi con l’orecchio come fanno i bambini quando devono confessare un segreto. Mi dice che il Conte non era “conte” e per il suo funerale aveva voluto una cosa in grande con tanto di macchinone. Glielo aveva detto quello delle pompe funebri. Mi domanda se so che quello alle mie spalle è il palazzo dei Duchi; pure quella famiglia, dice, ha fatto una brutta fine.

Qui i vecchi muoiono per essiccazione sul posto, fiduciosi nella terra che curerà i loro resti. Le chiedo se pensa che dopo la morte incontreremo i nostri familiari e i nostri amici, mi risponde che lei per sicurezza prega ogni giorno, ma che dall’altro mondo nessuno è mai tornato e che se non fosse per vedere il macchinone, al funerale del Conte non andrebbe nessuno.

Ognuno di noi lascia il segno come può. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere nel poco. Ma se dovessi scegliere ora, sceglierei un addio gentile e felpato, ammesso che la morte possa ammantarsi di sfumature del genere, da far davvero recuperare il senso di pietas che dovremmo tutti conservare nei confronti della nostra stessa esistenza. Sempre che il sevizio “nobile” delle pompe funebri non sia in saldo.

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