Questi nostri giovani (Il caffè di Monia)

Caffè da sorseggiare fino in fondo per assaporare finalmente il dolce di uno zucchero non girato. Come i giovani: bruciati e svogliati. E che in realtà...

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Eccoli qua, questi giovani di oggi. 
Ciurme di pestati dalla vita che sciamano nottetempo, per le strade dei quartieri più fichi delle grandi città. Birrozza in mano, o bicchiere di plastica con cocktail da schifo, fatti con liquori da discount, cannetta in bella mostra. 

La malagioventù mostra il peggio di sé solo per entrare nelle cronache.  
Eccoli qua, questi giovani di oggi. Ubriachi, spettinati, affumicati e trasandati. Oppure, ubriachi, poppati, stirati e griffati alla nausea. Pronti a chissà quale rivoluzione.  

Ma glielo hanno detto che abbiamo già fatto tutto? Che non c’è altra rivoluzione che tornare sui libri, spaccarsi la schiena con lo studio e costruire una nuova generazione di gente con gli attributi che fumano? 

Glielo ha detto qualcuno a questi qua che di degenerati e finti debosciati del modello maùdìt’ non ne abbiamo bisogno? Che serve una sterzata a 180 gradi e un cambio di direzione verso il meglio e non verso le cantine? 

Eccoli qua, questi giovani di oggi. Palpebra calata e lenta, iride a lutto, immersa in un mare di nebbie da strafattismo oppiaceo, bocca impastata e conversazione mortificata da annebbiamento alcolico pari ad un inzuppamento di babà moltiplicato per mille, gesti a riposo e l’arroganza di chi, vegetando, pretende pure di chiamarti stronza.

Giovani ubriachi di stupida finta spensieratezza. Di stupida finta rivoluzione.

Eccoli qua, questi giovani di oggi. Che si allenano a diventare quelli che, un giorno non lontano, sbaglieranno a votare o non ci andranno nemmeno alle urne. O magari, saranno in lista per chissà che meriti inutili. Quelli che rovineranno, e questa volta per sempre, questa terra nostra. Eccoli qua. E’ quello che gli abbiamo insegnato. Magari è forse anche un po’ colpa nostra.

La verità è che i giovani sono stufi, stufi dei morti in guerra e sul lavoro che si beccano gli applausi ai funerali come se si trovassero, cadaveri, sull’ultimo palcoscenico mediatico del loro passaggio terreno. Stufi dello sguardo profondamente buio e senza fede di leader accentratori e anacronistici, che al posto del cuore e sotto l’abito nascondono furtivamente una voragine di spaventosa brama di potere.

Sono stufi delle notizie strumentalizzate, del mare di parole che invece di indirizzare confonde, dei programmi fasulli e della tirannia dell’immagine. Stufi di chi pontifica, di chi giudica, di chi punta il dito e di chi frigna balbettii inarticolati e osceni.

Sono stufi di essere vittime di cliché che non riescono a scrostarsi di dosso, soggiocati e messi nel sacco.  Stufi di essere etichettatati, stufi di noi adulti.

Persi tra incertezza, solitudine e indifferenza, faticano ad uscire da questi miasmi catramati come a suo tempo faticò Michelangelo a far uscire la Pietà dal marmo: un’idea che tenta in ogni modo, tenta di farsi spazio, farsi forma, sgomita, si deforma, s’ingegna a diventare definitezza e chiarezza, ma non riesce. Rimane lì, a metà strada tra l’atto e la potenza, rimane intenzione, anelito dolorante, ispirazione verso un infinito che mai potrà raggiungere, né, forse, mai comprendere.

I giovani senza futuro e noi, chiusi in logiche da condominio e frenesie d’atavici terrori, continuano a celebrare con macabria indifferenza il loro funerale. 

Basta puntare il dito e chiediamoci perchè. Chiediamogli scusa.
Esco di casa, vado ad acquistare un cavetto per il cellulare e il figlio quindicenne del titolare del negozio mi investe col suo innocente amore per il sapere. Proprietà di linguaggio e alta conoscenza che mi sotterrano di felicità.

Deo gratias!

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