Il cantastorie (il Duro del week end)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

di LUCIANO DURO

Sentivamo la musica salire lungo la strada e fluire liquida nei vicoli del centro storico. L’uomo accompagnandosi con un organetto gridava al ritmo di un lento valzer : «E’ arrivato il cantastorie!». Si posizionava nel mezzo della piazza ed attendeva che tutti i bambini arrivassero e si disponessero in circolo, ad accompagnarlo una anziana signora che lo aiutava nei suoi giochi e teneva buoni i bambini, per evitare che, presi dall’entusiasmo, andassero oltre il cerchio da lei stessa disegnato con il gesso.

L’ avvenimento magico, si ripeteva una volta l’anno. Era il 1956. A quei tempi non avevamo la televisione. Ricordo che per vederla si andava al “Premiato Cinema Liri”, conosciuto da tutti come il “pidocchietto”. Un televisore era sostenuto da due staffe di ferro appena sotto lo schermo e quando iniziava “Lascia o Raddoppia” di Mike Bongiorno, si interrompeva il film e tutti a vedere il piccolo schermo con gli applausi che seguivano ad ogni risposta esatta del quiz.

L’arrivo del cantastorie era quindi uno spettacolo dal vivo, accolto con grande entusiasmo. Lui, non chiedeva, accettava qualsiasi cosa si mettesse dentro il suo ampio cappello che sembrava una cesta. Non più giovane o forse provato da una vita di girovago, salutava allegramente, agitava le mani come un prestigiatore e regalava un grande sorriso a tutti.

Non aveva bisogno di trucco; aveva negli occhi un flusso magnetico che attirava e coinvolgeva. Era vestito con pantaloni di fortuna larghi e consunti che lasciavano intravedere gambe magre e bianche; ricordo anche la giacca a coda di rondine, ma una particolarità lo rendeva buffo ed ancor più simpatico: un paio di scarpe dipinte di verde, dalla forma allungata, costruite proprio per lo spettacolo; pareva avesse ai piedi due “enormi legumi”. Forse per questo lo chiamavamo “Fagiolino”, che ho scoperto da grande, essere anche un vecchio personaggio della commedia dell’arte. Non sapevamo da dove arrivasse, non aveva un nome, era il cantastorie e basta.

Sebbene non fosse più un giovanotto, aveva un’agilità che stupiva; cadeva pesante come un masso e si rialzava leggero come una piuma. Si portava dietro un piccolo teatrino di pupazzetti, costruiti da lui, capace com’era di scolpire il legno in modo magistrale. Nemmeno zio Alfredo, falegname da quando era piccolo e figlio lui stesso di falegname, riusciva a superarlo. Quei pupazzi erano la compagnia di attori viaggianti ai quali spesso affidava le sue storie. Le mani che li animavano venivano nascoste da sottane colorate; ad ognuno dava una voce. Sapeva muoverli con così grande sapienza che i bambini più piccoli credevano fossero veri.

L’abilità maggiore però erano le filastrocche, alcune lunghe e in rima. Le inventava al momento scrutando prima negli occhi spalancati della platea. Parlava di storie vere, spesso crude, ma quando notava nei bambini un minimo di paura, subito, da grande artista, le trasformava in un farsesco racconto.

Era probabilmente l’ultimo dei cantastorie girovaghi che andavano di paese in paese a raccontare ciò che raccoglievano strada facendo. I grandi, in età di matrimonio, che già lo conoscevano, dicevano che all’inizio delle sue soste era giovane e pieno di vita, accompagnato sempre da quella donna dall’aspetto bello e dignitoso. Non si ripeteva mai; sarebbe stato banale e routiniéro. Ogni volta storie nuove! Il suo bagaglio di racconti sembrava una miniera inesauribile e io ne ero affascinato.

E’ forse per quel cantastorie che ho avuto in anni successivi la passione di scrivere favole e costruire spettacoli teatrali. Ancora oggi vado nelle scuole elementari con la pretesa di raccontare e creare la stessa magia di “Fagiolino” che ricordo di averlo visto non più di quattro volte. Nelle mie storie fantastiche lui è lì nel cielo, con la luna che rischiara la notte, a raccogliere stelle insieme alla sua compagna. Ogni stella è una filastrocca che regala ai bambini.

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