Auguri, ma di che? C’è rimasta la parola ma non ne capiamo il significato (di P. Alviti)

Come nel presepe napoletano: il Bambino non sta alò centro ma la vita scorre intorno a lui. Così siamo noi. Troppo occupati per riuscire a scorgere l’essenziale. La vita scorre senza far caso al salvatore del mondo

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio

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C’è una cosa che mi colpisce sempre quando contemplo un presepe di tradizione napoletana: fateci caso, la scena della natività, il bambino con Maria e  Giuseppe, non occupa mai il centro della scena, che invece è data alla vita della città, a chi la abita, la percorre, vi lavora, si diverte, chiacchiera. Insomma al centro c’è la vita quotidiana: sembra una cosa strana ma, se ci pensiamo bene, è la verità.

Natività, Carlo Maratta (1650) Roma, San-Giuseppe dei Falegnami

Nessuno si accorge di Maria e Giuseppe che arrivano a Betlemme, nessuno fa caso a quella donna incinta, nessuno si impietosisce, nessuno si preoccupa per lei. Anche oggi, chi si cura di quel bambino che sta per nascere? Ci riempiamo la bocca di auguri, ma auguri (prospettiva di futuro) di cosa? C’è rimasta la parola ma non ne comprendiamo più il significato profondo.

Quel figlio, segno di speranza, segno di vittoria sulla rassegnazione, segno di futuro per tutti, è dato a quelle povere ragazze di Roma, travolte a Corso Francia, attraversando con il rosso;  è dato a quell’altro povero ragazzo che le ha travolte, pieno di droga e di alcol, convinto di stare a divertirsi con la macchina di papà; è dato per tanti nostri ragazzi che si comportano alla stessa maniera; e’ dato per chi in questi giorni commercia droga e rifiuti; è dato per le loro vittime, spesso consenzienti…

È dato agli operai di Taranto divisi fra la conservazione del posto di lavoro e la salute dei figli e dei nipoti, e’ dato per tutti noi, vittime della mal’aria e dell’inquinamento chimico dei nostri fiumi e terreni, noi che ci sentiamo abbandonati da chi dovrebbe decidere e non decide.

E’ dato a chi mette a repentaglio la propria vita in mare per raggiungere un paradiso che non lo accetta, è dato per chi prova a salvarlo e per chi invece vorrebbe abbandonarlo al suo destino.

È dato a chi lotta contro la malavita organizzata ma anche per  chi  ne fa parte, a  volte per tradizione familiare, o per assurda sete di danaro.

Adorazione dei Pastori (C. Giaquinto)

È dato per chi accetta di vendere la propria coscienza per denaro e per chi invece, nonostante tutto è al proprio posto per far funzionare questa nostra società…

Quel figlio ci è dato, è lì nascosto nel presepe, in quella mangiatoia che nessuno vede perché troppo occupato da non riuscire a scorgere l’essenziale, la salvezza dal male che, invece, è accovacciato alla nostra porta, ben visibile, seducente, pronto a divorarci se non abbiamo il coraggio, la forza di dominarlo.

Come nel presepe napoletano, la vita scorre  senza far caso al salvatore del mondo: c’è bisogno degli angeli per svegliare i pastori, c’è bisogno di una stella per far muovere i sapienti.

E noi? ce ne accorgeremo? Capiremo che quel bambino ci è dato per guardare con speranza alla nostra vita o al futuro? Sapremo ascoltare il canto degli angeli o seguire la stella?

Se lo vedremo, se riusciremo a scorgerlo, allora la parola “auguri” tornerà ad avere il suo vero, straordinario, significato 

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