Clara Mocchi come Giovanni Bachelet e Chiara Costa: la speranza del perdono

La vicenda della morte e resurrezione di Gesù rivive ogni volta che una donna o un uomo decide di prendere la propria croce e di trasformare una ferita in un'occasione di bene. Come è successo in questi giorni nella storia della professoressa ferita da un suo alunno. E non solo

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno

Lc 23,34

Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.

Clara Mocchi

Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri

Giovanni Bachelet

Di fronte alla violenza che ferisce, la cronaca ci mette spesso davanti a un bivio: il grido della vendetta o il gesto fecondo del perdono. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Le parole, pronunciate da Gesù appeso alla croce, non sono un pio desiderio ma un radicale rovesciamento dei valori.

Una mano tesa verso chi è smarrito

Chiara Mocchi

Mentre il mondo si aspetterebbe maledizioni contro i carnefici, il Nazareno apre uno spiraglio di luce: l’inconsapevolezza del male. Chi colpisce un innocente spesso non sa cosa sta distruggendo. Questa stessa consapevolezza è emersa con forza nelle parole di Clara Mocchi, la professoressa accoltellata da un suo alunno mentre entrava in classe.

Nonostante il sangue e la paura, la sua prima preoccupazione è stata quella di non permettere al dolore di chiudersi in se stesso: «Questa ferita non deve diventare un muro ma un ponte».

C’è una simmetria quasi mistica tra il perdono di Cristo e lo sguardo di questa insegnante verso il ragazzo che l’ha colpita:«Forse nel profondo non saprà neanche perché». È il riconoscimento della fragilità umana che precede il giudizio, una mano tesa verso chi è smarrito nelle proprie zone d’ombra.

L’esempio di Giovanni Bachelet e Rosaria Costa

L’omicidio di Vittorio Bachelet

Il pensiero corre inevitabilmente ad un altro momento altissimo della nostra storia civile: il funerale di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ucciso dai terroristi sulle scale della facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza, il 12 febbraio 1980.

Suo figlio Giovanni, con una forza che segnò il clima di quegli anni: preghiamo per quelli che hanno ucciso il mio papà, disse mentre mezza Italia invocava la pena di morte e lo stato di assedio. Pregò affinché sulle bocche dei familiari ci fosse «sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». In quelle parole non c’era la rinuncia alla giustizia – che deve trionfare – ma il rifiuto di trasformare la pena in una vendetta sterile.

La democrazia, ci insegna la storia di Bachelet, vince quando permette anche a chi ha sbagliato di ricredersi e di rifarsi una vita, dimostrando che lo Stato è moralmente superiore a chi lo combatte con le armi.

Rosaria Costa il giorno dei funerali di Vito Schifani

Qualche anno più tardi, nel 1992, in una Palermo devastata dalle bombe contro i giudici, Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, morto nella strage di Capaci insieme a Giovanni Falcone, alla moglie del magistrato e agli altri colleghi, chiese agli uomini di mafia di inginocchiarsi e ottenere il perdono.

La vittoria della speranza sull’angoscia

Oggi, in un mondo che chiede “subito vendetta”, pene esemplari e carcere senza fine, anche per bocca di ministri che dovrebbero invece invitare alla moderazione di gesti e parole, queste voci appaiono controcorrente, quasi scandalose. Eppure, sono le uniche capaci di generare futuro.

Clara Mocchi ci ricorda che la scuola deve occuparsi soprattutto di chi “fa più fatica”. Il suo desiderio di tornare in classe non è solo coraggio, è vocazione: «Tornerò a insegnare, a credere nei giovani… perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno».

La vicenda della morte e resurrezione di Gesù, che ci apprestiamo a ricordare nei riti della Settimana Santa, non è un evento del passato. Rivive ogni volta che un uomo o una donna decide di prendere la propria croce e di trasformare una ferita in un’occasione di bene. È la vittoria della speranza sull’angoscia, l’unico cammino possibile per restare umani, per essere liberati dal male.