Davanti alla difficile sfida della zizzania il richiamo alla Costituzione

Il celebre brano del Vangelo sempre più di stretta attualità in un mondo dove la vera zizzania è l'ideologia dell'odio e del pregiudizio che qualcuno semina nei nostri cuori. Gesù è chiaro: bisogna seguire l’esempio del contadino, attendere che grano e loglio crescano insieme e poi separarli, perché se lo si fa prima si rischia di rovinare tutto il raccolto

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania.

Mt 13, 24-25

Ecco il pericolo vero: la zizzania che cresce insieme al grano buono, difficile da distinguere, bisognosa di una pulizia radicale se si vuole salvare il raccolto. La tecnica delle parabole – quei racconti verosimili che i maestri della legge utilizzano per spiegare il rapporto fra l’uomo e Dio – tiene conto della cultura e della sensibilità degli ascoltatori. Per noi oggi è difficile capire il legame stretto che c’è, in una cultura contadina, fra il grano, da cui verrà il nutrimento di tutta la famiglia,e quella pianta infestante che gli assomiglia, che sembra grano ma non è.

Chi è esperto di agricoltura sa che Gesù sta parlando del loglio, erba velenosa che nelle prime fasi della crescita è del tutto simile al frumento. Ma il contadino non l’ha seminata: qualcuno è dovuto intervenire dopo di lui per far cadere i semi del loglio in mezzo al grano.

La zizzania è un elemento presente nella vita della comunità, nel Regno di Dio quaggiù. Non ne siamo mai esenti. Ci sarà sempre qualcuno che getterà il seme della divisione, della discordia, della menzogna per farci credere una cosa invece di un’altra. Gesù è chiaro: bisogna seguire l’esempio del contadino, attendere che grano e loglio crescano insieme e poi separarli, perché se lo si fa prima si rischia di rovinare tutto il raccolto. Ma attenzione: la zizzania non sono gli uomini diversi da noi; la vera zizzania è l’ideologia dell’odio e del pregiudizio che qualcuno semina nei nostri cuori.

Il pregiudizio strisciante

Scrivo queste righe due giorni dopo un anniversario che per tutti noi segna un cambiamento epocale: quel 14 luglio che, nel 1789, abbatté l’ancien régime e i suoi privilegi, per dichiarare finalmente tutti gli uomini uguali, dal punto di vista del diritto. Ebbene, non mi interesso molto di calcio e di campionati mondiali, ma sono rimasto colpito da una discussione generata dalle parole di un importante uomo politico spagnolo.

Prima dell’incontro tra la Francia e la nazionale iberica, giocata proprio il 14 luglio per la semifinale dei Mondiali, ha affermato che la formazione dei Bleus non fosse composta da veri calciatori francesi. L’ho sentita tante volte, questa frase, nelle discussioni che liquidiamo come chiacchiere da bar; ma quando viene pronunciata da un ex presidente del consiglio di una importante nazione europea, la cosa cambia.

Sono andato a controllare le biografie dei diversi atleti, a cominciare da Mbappé il quale, ad esempio, è nato a Parigi da genitori francesi, anch’essi nati in Francia. Forse non è francese per il colore della pelle? E poi si scopre che in questo Mondiale ci sono stati ben 98 calciatori nati in Francia – quindi francesi di nazionalità, ma con la pelle scura – che hanno giocato con formazioni diverse dai Bleus. Lo stesso accade per atleti nati in Olanda, in Danimarca, in Svezia…

La “Storia della colonna infame”

Come si vede, non è un problema del football e va ben al di là dell’essere appassionati di pallone. Lo stesso tipo di giudizio strisciante viene pronunciato se a compiere un reato, ad esempio, è una persona di colore, nel nostro Paese, anche se cittadino italiano. Scatta subito la ricerca di chi siano i suoi genitori, o magari i nonni; si scava su quando siano arrivati in Italia, anche se quel ragazzo è nato qui, se parla il dialetto della zona dove vive e se veste come tutti gli altri…

Unica differenza con gli altri: la pelle! È quella cecità del giudizio che già Alessandro Manzoni descriveva magistralmente nella Storia della colonna infame, quando la ricerca irrazionale dell’untore e del colpevole della pandemia a tutti i costi serve solo a rassicurare la folla che il male viene da fuori.

Uno schiaffo all’articolo 3 della Carta

È un brutto segnale che si rimangia l’articolo 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Qualcuno semina la zizzania del pregiudizio per convincerci che non sia vero che siamo tutti uguali, che ci siano italiani che valgono più di altri solo per la sfumatura della carnagione.

La Costituzione

Racconto spesso di un fatto capitatomi alla fermata della metro di Cinecittà, a Roma: salirono sul treno dei ragazzi dai tratti somatici chiaramente asiatici. Pensai fossero turisti, finché non aprirono bocca e cominciarono a discutere fra loro nel più puro romanesco di borgata. Sono italiani, romani, o no? Avrebbe sorriso Pier Paolo Pasolini, che proprio nelle borgate riconosceva la lingua e la vitalità profonda di una Roma capace di adottare i suoi figli attraverso la carne viva della parola, ben oltre i registri dell’anagrafe.

La diaspora dei popoli, del resto, non è un fenomeno soltanto di questo tempo. Proprio a Roma, nel I secolo d.C. – l’epoca di grandi imperatori come Augusto, Tiberio, Claudio o Traiano –, non si parlava latino, ma greco se quel milione di persone che l’abitavano volevano comprendersi fra loro, tanto erano diversi i paesi e i popoli da cui provenivano. Giovenale nelle sue Satire scriveva che il fiume siriano Oronte si riversava ormai nel Tevere, portando con sé lingue, flauti e costumi orientali; eppure quella straordinaria e caotica mescolanza era l’Impero stesso.

Noi siamo noi e quelli sono gli altri

Ma la zizzania viene seminata tra di noi, continuamente, spingendoci a credere che noi siamo noi e quelli sono gli altri. È un pensiero purtroppo diffuso anche tra chi si proclama cristiano, o peggio, tra chi utilizza la religione come una iattura, un’arma identitaria che non spinge all’amore e al rispetto reciproco, ma addirittura allo scontro di civiltà.

Frame dallo sceneggiato Rai degli anni Sessanta I Fratelli Karamazov, regia Sandro Bolchi e interpretato da Corrado Pani e Umberto Orsini.

Sembra di rivedere la drammatica pagina dostoevskiana del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov, dove la struttura, il potere e l’identità contrapposta al nemico contano assai più del messaggio rivoluzionario, libero e universale di Cristo. Il 5 agosto del 1938, il primo numero del periodico La difesa della razza iniziava così: «È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». La zizzania era stata seminata a lungo e il veleno, alla fine, aveva dato i suoi frutti amari, giunti al culmine con le leggi razziali e sfociati poi nelle deportazioni.

Chi avrebbe dovuto sradicare la zizzania, osservando lo Statuto del suo predecessore Carlo Alberto che, 90 anni prima, il 29 marzo 1848,  aveva concesso le patenti perché gli Ebrei potessero liberamente professare la propria fede, come aveva fatto qualche mese prima con i Valdesi, non lo fece, tradendo quanti avevano servito l’Italia in tanti modi, fino al dono della vita, come dimostrano le 400 medaglie al valore nella I Guerra Mondiale.