La brezza leggera di Elia sull'Horeb, il silenzio in cui Dio si rivela senza forza: una riflessione che intreccia la teofania biblica con la scomparsa di Francesco Guccini e il discorso di Paolo VI a Ferentino nel 1966.
Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
1Re, 19, 11-13
Il brano che la Scrittura ci propone è tra i più interessanti e densi di tutto l’Antico Testamento. Si tratta di una teofania, cioè di un modo attraverso il quale Dio si manifesta. Elia è salito sul monte Horeb per confrontarsi con il suo Signore a proposito delle scelte impegnative per dare orientamento e prospettiva a Israele.
Il profeta sperimenta la presenza di Dio in una modalità assolutamente differente rispetto a tutte le altre teofanie riportate nella Scrittura: Dio non si manifesta nel terremoto, nel fuoco o nel vento impetuoso – forze della natura che comunemente venivano attribuite alla potenza della divinità -, ma si rivela nel sussurro di una brezza leggera, che l’originale ebraico definisce suggestivamente come la voce di un silenzio sottile.
L’incontro con il Mistero
Elia è capace di distinguere la presenza di Dio. Leggiamo infatti nel brano che soltanto nel momento in cui avverte quella brezza, il profeta si copre il volto con il mantello e si ferma all’ingresso della caverna: due gesti che, nella tradizione dell’Horeb, segnano l’incontro con il Mistero.

Ci sono diversi insegnamenti che si possono trarre da questo brano molto bello, perché dà l’idea di un Dio che non ha bisogno dei fulmini di Zeus o delle tempeste di Poseidone per farsi comprendere dall’uomo. E non perché sia estraneo alle vicende umane, anzi.
Mentre preparavo queste righe mi è giunta la notizia della morte di Francesco Guccini: come parlava con Dio quell’uomo che, pur proclamandosi agnostico, sapeva indicare così tanti valori evangelici nelle sue canzoni!
Elia è salito sull’Horeb per assumere decisioni cruciali per la vita del suo popolo ma Dio si esprime in maniera gentile: non travalica l’uomo, non lo abbatte, lo rispetta. È una brezza leggera che l’uomo deve essere pronto a cogliere, se vuole essere aiutato nel capire quale sia la scelta migliore da compiere.
È un po’ come scriveva Eugenio Montale, nei suoi versi dedicati ai Limoni: quando il frastuono del mondo si placa, è proprio nel silenzio più attento che ci sembra di scoprire un varco, “il punto morto del mondo, l’anello che non tiene”, quel dettaglio inaspettato attraverso cui si svela l’essenziale e la verità delle cose.
La potenza del dono e del perdono

L’esperienza di Elia è molto comune anche tra di noi: alcuni chiedono che Dio si manifesti nella sua forza, abbatta il nemico, dimostri finalmente chi ha ragione negli eterni dibattiti in cui ci crogioliamo ogni giorno. Anche i Vangeli ci narrano esperienze simili, soprattutto nel momento decisivo dell’esperienza terrena di Gesù: la sua passione, morte e resurrezione.
Ricordate? «Se è il figlio di Dio, scenda dalla croce e noi crederemo in lui». Oppure: «Ha salvato gli altri e non è capace di salvare se stesso». È la tentazione che abbiamo anche noi nei confronti di Dio: ce lo creiamo a nostra immagine e somiglianza e perciò vorremmo che si comportasse come noi ci comporteremmo in quei frangenti. È un totale sovvertimento delle parti: la creatura modella il Creatore, non si lascia modellare da Lui.
Eppure, la vera risposta di Dio allo scandalo della croce non è una dimostrazione di forza muscolare ma la disarmante potenza del dono e del perdono. Tutta la Bibbia cerca infatti di convincere i credenti nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe che il segreto della felicità, della vita buona – anzi della vita stessa – stia nel comportarci come Dio si comporterebbe. Pensate alla preghiera che Gesù insegna agli apostoli: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Il rapporto con Dio si riflette e si misura sempre nel rapporto con gli altri uomini.
Lo straordinario discorso di Paolo VI a Ferentino
Ecco il suggerimento della brezza: non si tratta di conquistare città e regni, di accaparrarsi territori e fortezze da cui dominare il mondo. Questo lo fanno i re e le potenze e lo vediamo accadere ogni giorno: si tratta invece di testimoniare che vivere secondo il volere di Dio è la strada che ci conduce alla felicità.

Scrivo queste righe nei giorni in cui ricorre, il 6 agosto 1978, l’anniversario della morte di Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI. E proprio 60 anni fa, nel 1966, il 1° settembre, Papa Montini fece visita alla cattedrale di Ferentino, dove pronunciò uno straordinario discorso con un passaggio che avremmo dovuto assumere come regola aurea per il nostro territorio.
«Bisogna guardare all’avvenire aprendo il cuore, l’anima e l’intelligenza ai fenomeni moderni, considerarli con fiducia e con serenità, muoversi con il progresso e le esigenze dei tempi nuovi, conservando, però, della tradizione quello che è vivo – come l’albero in primavera fiorisce ogni volta, e conserva intatte le proprie radici –, quello che c’è di buono, di bello e di sano, contemperando e fondendo ogni elemento meritevole del nuovo e dell’antico per un sempre maggiore progresso, per l’elevazione sociale, civile e morale di ogni categoria di persone».



