L'insegnamento del Libro del Siracide riporta alla memoria episodi di violenza inaudita dove la rabbia ha prevalso sulla ragione. provocando la morte di tanti giovani. Bisogna ripartire dal concetto di non rendere male per male e di porgere l'altra guancia come ha spesso ha predicato Gesù nei Vangeli
Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?Sir 27,33
La Compieta è l’ultima preghiera della giornata nella Liturgia delle Ore della Chiesa cattolica, quel ritmo di momenti spirituali, nato per accompagnare il fedele dall’alba alla sera: l’Ufficio delle letture, le Lodi mattutine, l’Ora media, i Vespri e, infine, la Compieta, che “compie” il giorno. Sono preghiere intessute di Parola di Dio, radicate nei Salmi e nei passi dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Nella Compieta del mercoledì risuona l’esortazione che Paolo scrive ai cristiani di Efeso: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira». L’Apostolo raccoglie così l’antico e sempre attuale insegnamento del Libro del Siracide. Le sue parole sono oltremodo chiare: il rancore e l’ira sono realtà orribili che dimorano nell’animo di chi cede al male, lo irretiscono e gli impediscono di ragionare.
Un vortice di violenza

Rancore e ira generano la vendetta che, a sua volta, chiama altra vendetta, alimentando un vortice di violenza da cui diventa sempre più difficile uscire. Ciò accade perché l’uomo travolto dalla collera perde la disponibilità ad ammettere i propri torti, a mettersi nei panni dell’altro e a cercare una via d’uscita che non sfoci nello scontro.
Uno dei padri della fantascienza,Isaac Asimov, nel romanzo Fondazione fa dire al suo protagonista Hari Seldon che «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci». È lo stesso meccanismo che scatta nel bambino quando tratta con rabbia i giocattoli che non obbediscono ai suoi desideri. Purtroppo, molto spesso gli adulti si comportano come bambini incapaci di gestire la frustrazione, ciechi di fronte alle conseguenze dei propri gesti.

Negli ultimi anni la nostra terra – la Colleferro di Willy, l’Alatri di Emanuele e Thomas e ancora Formia, Latina, Aprilia – è stata teatro di troppi episodi di violenza immotivata, nati da uno sguardo inopportuno, da pochi spiccioli o dalla banale pretesa di mostrare “chi comanda”. Abbiamo avuto tragedie per motivi futili, come li indica anche il codice penale.
La cronaca e i relativi commenti ci restituiscono l’immagine di una forte crescita di linguaggi e di comportamenti aggressivi,alimentati da chi pensa di farsi giustizia da sé, scaricando sulla lentezza delle istituzioni la responsabilità delle proprie azioni.
La vendetta è un terribile guadagno

Se nel Far West le enormi distanze e l’impossibilità di ricorrere alle forze dell’ordine imponevano la necessità di armarsi, nelle nostre città la presenza delle armi rischia solo di trasformare un banale diverbio in una tragedia irrevocabile. Eppure il fascino delle armi e l’illusione di tenere nelle proprie mani la vita altrui continuano ad esercitare un’attrazione nefasta: non è raro incontrare adolescenti che girano con un coltellino in tasca, pronti a trasformare una lite tra ragazzi in un dramma irreparabile, un terribile guadagno. Come ricordava Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, «la vendetta non provvede a nulla, è un terribile guadagno».
Ecco perché occorre disarmare l’ira. Occorre educare al perdono, mostrando testimonianze reali e vittoriose di riconciliazione. Bisogna far capire che il per-dono – il dono elevato al superlativo – è un atteggiamento immensamente più efficace e disarmante della rabbia. L’ira armerà sempre altre mani, perpetuando il male.

Il Vangelo è costellato di passaggi in cui Gesù chiede di amare i nemici, di porgere l’altra guancia, di non rendere male per male. È una Parola esigente che troppo spesso noi cristiani rischiamo di scansare senza lasciare che incida nella realtà.
Eppure, proprio da qui bisognerebbe ripartire: dal disarmo del cuore.



