el cuore del Tempio, Gesù compie un gesto che scuote le coscienze: rovescia i banchi dei mercanti e denuncia chi usa Dio per guadagno. Un’azione potente, attualissima, che ci interroga ancora oggi davanti all’uso politico e violento della religione. Siamo davvero capaci di distinguere il sacro dalla sua profanazione?
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”.
Gv. 2, 14-16
È una delle scene del Vangelo che attrae di più per la sua forza drammatica. Proviamo a metterci nei panni dei frequentatori del tempio, in quel giorno in cui anche Gesù sale per pregare, come ogni pio Ebreo per la festa di Pasqua.
Ad un certo punto, in mezzo ai consueti rumori degli animali che percepiscono l’arrivo della lama che porrà fine alla loro vita, le grida dei venditori e dei cambiavalute, una folla incalcolabile che sale verso il punto più alto della grande struttura architettonica, appena completata su progetto di Erode il Grande, si odono delle urla. C’è un uomo che scaraventa a terra i banchi e che grida contro i venditori, rei di aver trasformato la casa di Dio in un mercato.
E’ davvero uno scandalo, una pietra di inciampo come ci dice la parola greca, da cui deriva l’espressione.
A cosa puntava Gesù

Il gesto che compie Gesù costringe tutti a riflettere, a chiedersi se quell’azione, se la cacciata dei mercanti dal tempio sia o non sia una cosa giusta. Appena ci pensiamo, cresce l’ammirazione per Gesù che fa una cosa che anche noi avremmo voluto fare. Non tanto nei confronti delle bancarelle che seguono i flussi dei pellegrini anche nei santuari che siamo abituati a visitare oggi, quanto tutte quelle occasioni in cui mercanti disonesti hanno approfittato della chiesa, della liturgia, della venerazione ai santi, delle processioni, dei pellegrinaggi, fino a rivestire del nome di Dio anche atti di feroce violenza, di sopraffazione, utilizzando così la religione come giustificazione del potere costituito.
Tutti noi siamo stati testimoni dell’utilizzo “blasfemo” della religione, nel senso della violazione del comandamento: non nominare il nome di Dio invano.
Lo scontro tra civiltà

In questi giorni le cronache quotidiane hanno riportato in auge lo “scontro di civiltà”, l’invasione dell’Islam, gli assalti terroristici in nome di Allah, un mussulmano sindaco di New York. E’ come se l’eclissi del sacro, proclamata come definitiva negli scorsi decenni, fosse improvvisamente stata sostituita da una riaffermata presenza delle religioni.
Abbiamo ascoltato presidenti rivendicare la supremazia di una chiesa sull’altra, di una civiltà sull’altra. E’ come se fossimo ripiombati improvvisamente indietro, in tempi in cui si combatteva in nome del proprio Dio, contraddicendo completamente l’eredità del monoteismo abramitico che ci insegna che siamo tutti, tutti, figli del medesimo padre, siamo tutti fratelli.
Il che non ci mette al riparo dalla violenza, come ci racconta il libro di Genesi, con la terribile uccisione di Abele da parte del fratello Caino. Quello di Abramo è un insegnamento radicale: nel momento in cui i fratelli si uccidono fra loro, certamente non possono farlo nel nome di Dio e, se dicono di farlo, “nominano invano il nome di Dio”, profanandolo.
Con il nome di Dio, della vera religione, della vera fede, si mascherano atti di violenza, di sopraffazione, di sfruttamento che non possono appartenere alla tenerezza dello sguardo di Dio.



