Il profeta Amos richiama tutti ad un'attenzione maggiore a ciò che accade attorno ad ognuno. Emblematica la cronaca di questi giorni con un'escalation di violenza tra i giovani e tanta indifferenza. Serve un impegno forte di tutti per evitare la "rovina di Giuseppe"
Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla.
Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.
Dovremmo cercare di non essere gli spensierati di Sion che non si preoccupano della rovina di Giuseppe. Il profeta Amos descrive con chiarezza cristallina il comportamento di chi non vede ciò che gli accade attorno: siamo alla fine del IX secolo prima di Cristo, la Samaria, dove Amos vive, sta per essere travolta dalla guerra che porterà distruzione e deportazione.
Tutti sembrano saperlo, ma nessuno pare volersene preoccupare. Continuano a far finta di niente, come se questo non voler guardare sia sufficiente a tutelarli dalla tempesta che sta addensandosi sul loro capo.
Gioventù bruciata e genitori deboli
Le cronache di questi nostri giorni concentrano la loro attenzione sui tanti episodi che vedono i nostri ragazzi coinvolti in episodi di violenza contro altri e contro sé stessi: il numero delle risse aumenta ogni fine settimana, con feriti più o meno gravi, venditori di alcol e droghe a minorenni continuano il loro triste commercio, incuranti del male che provocano in quei ragazzi, che spesso per quelle sostanze perdono la vita in incidente stradali di notte.

Genitori si trincerano dietro la frase “fanno tutti così”, consentendo a ragazzi di rientrare a notte fonda, senza preoccuparsi di dove i figli trascorrano quelle ore, facendo finta di non sapere che, nel caso in cui facciano qualche stupidaggine, la legge li chiamerà in causa, scuole che sono molto più preoccupate dei voti da mettere che dei segnali di disagio che i ragazzi lanciano.
Lo scaricabarile delle istituzioni
L’elenco potrebbe continuare per non pensare alle tante istituzioni che fanno tutte la stessa cosa, cercando di addossare ad altri responsabilità che invece dovrebbero essere assunte da ciascuno. Così, invece di cercare alleanze educative, stato, scuole, enti locali, servizi sociali e sanitari, parrocchie, associazioni sportive e culturali, si incartano in conflitti di competenza, cercando di attribuire ad altri responsabilità che invece sono di tutti.

Quante volte abbiamo sentito le frasi: mettere le carte a posto, avere la coscienza a posto… Nel momento in cui ci sono ragazzi che fanno atti di violenza, di qualunque genere, è l’intera nostra società che deve interrogarsi su cosa possa portare dai ragazzi che dovrebbero trovarsi nel periodo più bello della loro vita a cercare di rovinarsela: non possiamo continuare a comportarci come gli spensierati di Sion, tutti presi dai loro mobili di avorio, dai dubbi esistenziali sulla carbonara, o da quale vestitino comprare al cane… della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
Le vere priorità

Pensate ad un bambino di tre anni, in uno dei nostri comuni: quel bambino ha il.primo contatto con la Repubblica il giorno in cui entra nell’aula della scuola dell’infanzia. Esce da una casa, confortevole, pulita, calda, accogliente ed entra, troppo spesso, in un ambiente fatiscente, sporco, con le infiltrazioni d’acqua. Che insegnamento ne riceve sulla Repubblica, sulla società, sullo stato? Di chi è la colpa? Il comune, la scuola, le maestre, la ditta delle pulizie…
Siamo sempre alla ricerca di alibi che non possono reggere. Se non diamo priorità all’educazione, ai suoi ambienti, alla qualità della scuola, ai patti educativi fra tutti quelli che si occupano di ragazzi e di giovani, saremo come gli spensierati di Sion e ci saremo meritati di andare in esilio in testa ai deportati.



