Il celebre brano del Vangelo di Matteo è molto attuale e può servire da esempio in un momento storico in cui soprattutto le nuove generazioni vengono lasciate indietro allontanandoli dalla fede e dalla partecipazione alla vita pubblica
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Mt 20, 6-7
I due versetti dell’evangelista Matteo sono inseriti all’interno della parabola degli operai della vigna: il padrone ha bisogno di braccianti e comincia ad assoldarne fin dall’alba, continuando a chiamarne fino al tramonto. Al termine della giornata, assistiamo a una specie di protesta sindacale: gli operai della prima ora contestano al padrone il fatto che egli retribuisca tutti allo stesso modo.
Gesù mostra chiaramente la libertà e la signoria di Dio e, soprattutto, come non si debba essere invidiosi della misericordia divina.
“Nessuno ci ha presi a giornata”

Di fronte a questa parabola, sono sempre rimasto colpito dalla risposta che quegli uomini, rimasti fino al tardo pomeriggio attorno alla fontana del villaggio, danno alla domanda del padrone stupito di vederli ancora inattivi. “Nessuno ci ha presi a giornata”. Queste parole suonano terribili per tutti coloro che avrebbero il compito di coinvolgere le persone in un’opera comune. Il versetto è chiarissimo per quanto riguarda il fine apostolico della Chiesa, chiamata ad annunciare il Vangelo: quelle persone non sono perditempo o sfaticati.
Nessuno li ha chiamati, fino ad allora. Tanto che il padrone non può ribattere alcunché. Molti cristiani oggi si lamentano che le chiese sono vuote, che le famiglie non chiedono più i sacramenti – le solite lamentele cui siamo abituati – ma quanti potenziali operai della vigna restano fuori dai soliti giri senza che nessuno trovi nuove modalità per intercettarli?
Nella parabola, il padrone esce più volte, fino alle cinque del pomeriggio, cioè poco prima del tramonto. Noi invece abbandoniamo i cosiddetti “lontani”, quelli che si vedono in chiesa soltanto per un funerale (fin quando si faranno).
I giovani fuori dalle chiese e dalla… politica

Lo facciamo soprattutto nei confronti dei giovani: sembriamo aver buttato la spugna, rassegnati al fatto che a 12-13 anni i ragazzi lascino la vita parrocchiale per poi reincontrarla non si sa quando. È sufficiente entrare in una delle nostre chiese durante una normale celebrazione: tanti anziani, quasi nessun giovane, se non quelli impegnati in qualche servizio.
Non sarà che abbiamo smesso di chiamarli? O ci siamo rassegnati al fallimento di un sistema di catechesi che sforna generazioni di non credenti, o ancora peggio di indifferenti? Per la vita della Chiesa si tratta di una questione esiziale che non mi pare affatto all’ordine del giorno delle discussioni.
Ma la stessa considerazione vale sul piano della partecipazione alla vita politica del Paese, quello scritto con la lettera maiuscola. La nostra Costituzione si basa sulla partecipazione attiva dei cittadini. L’articolo 2 ci ricorda l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 4 aggiunge che ogni cittadino ha il dovere di concorrere al progresso materiale o spirituale della società.

Come diceva don Lorenzo Milani, “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica”. Eppure assistiamo silenti all’allontanamento costante delle fasce giovanili dalla vita pubblica, tranne qualche lodevole eccezione. C’è chi sostiene che vi sia persino un interesse di alcune forze politiche a non coinvolgere i giovani, a tenerli ai margini, nell’ignoranza di ciò che accade attorno a loro. Se così fosse, domani non potremo giocarcela con la sorpresa: alla domanda sul loro assenteismo, anche loro risponderanno semplicemente: «Nessuno ci ha chiamati».
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



