Il bisogno di giusti e l’acqua viva che rende gli uomini operatori di pace

L'incontro tra Gesù e la Samaritana è un messaggio di speranza in un momento storico dove la guerra appesantisce il nostro cuore. Servono uomini e donne che sappiano assumersi responsabilità e possano contribuire a fermare l'orrore di questi giorni

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete

Gv 4, 15

“Il nostro cuore è pesante”. Prendo in prestito queste parole di padre Enzo Del Brocco, rettore dell’Università Cattolica di Chicago, che così ha iniziato il suo messaggio sulla guerra.

Ha ragione: da una settimana siamo incollati ai notiziari per seguire gli ultimi sviluppi di questa ulteriore, terribile guerra che minaccia tutti e di cui fatichiamo a comprendere le ragioni, specialmente quando è condotta da Paesi che riteniamo civili.

Abbiamo bisogno dei “giusti” e l’acqua viva

Una sequenza del film tratto dal libro di Enrico Deaglio sui ‘Giusti’

Scrivo in quella che è la “Giornata dei Giusti”, il 6 marzo. Nella tradizione biblica, questo termine, giusti, indica coloro che hanno compiuto atti decisivi per salvare altre vite, spesso sacrificando la propria. In questi giorni abbiamo estremo bisogno di “giusti”: le scene a cui assistiamo ci tolgono il sonno.

Bambini, donne e anziani vengono uccisi senza pietà in Iran, Ucraina, Palestina, Libano, Afghanistan, Pakistan, Sudan, Myanmar e in tutti i 56 conflitti che oggi affliggono il mondo. Pensiamo anche ai bambini che scompaiono tra le onde del Mediterraneo, a quelli che non hanno farmaci, cibo o acqua, o a quelli che sono privati del diritto all’istruzione.

I Giusti hanno il coraggio di opporsi ai genocidi e ai totalitarismi, difendendo la dignità umana a rischio della vita. Essere un “Giusto” non richiede necessariamente atti eroici, ma obbliga a non restare indifferenti. In un mondo che spinge a voltarci dall’altra parte, essi ci insegnano che la scelta del bene è sempre possibile, anche nelle ore più buie. Coltivano “semi di bene” pronti a germogliare ovunque l’amore prevalga sull’odio.

Superate barriere sociali e discriminazioni

La statua di Paolo di Tarso

Tutto ciò emerge nell’incontro tra Gesù e la Samaritana, descritto da Giovanni. Quella donna, emarginata per le vicende della sua vita e costretta, perciò, ad attingere acqua nelle ore più calde per evitare sguardi giudicanti, resta interdetta dallo stupore.

Un uomo, per di più Giudeo, le rivolge la parola senza incasellarla in uno schema prefissato: la tratta, finalmente, come una persona e non come appartenente ad un gruppo. Samaritana, donna di malaffare, immigrato, extracomunitario… È questa l’essenza del messaggio evangelico: il superamento delle barriere sociali e delle discriminazioni.

Paolo di Tarso, primo autorevole interprete di questo messaggio, scrisse in modo essenziale ai Galati: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù».

La donna di Samaria annunciatrice del Vangelo

Il vangelo

Venivano scardinate così le discriminazioni del mondo antico. La donna di Samarìa non solo viene riconosciuta nella sua dignità di persona, ma diventa annunciatrice del Vangelo. Gesù le pone davanti una scelta fondamentale: continuare ad affannarsi per un’acqua che lascia ancora sete, o accogliere l’acqua viva che soltanto lui dà.

È quell’acqua che trasforma il cuore e rende “giusti”, capaci di non voltarsi altrove, di assumersi responsabilità e di diventare quegli operatori di pace di cui il mondo ha oggi un immenso bisogno.