Il coraggio del buon ladrone: quando il “timor di Dio” apre il paradiso

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”.

E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.

Lc 22, 39-42

Il primo ad entrare in paradiso è un bandito, con la coscienza tanto chiara da riconoscere espressamente la sua colpa e con la capacità di giudicare che un altro condannato come lui al terribile supplizio della croce è invece innocente. Certo, è in punto di morte, quando, secondo la tradizione, raggiungiamo una consapevolezza maggiore di quello che siamo. Ma anche l’altro bandito è nella stessa situazione e invece si comporta in maniera del tutto diversa. La differenza tra i due, anche stavolta, sta in quella espressione “timor di Dio”, che in italiano è parecchio ingannevole.

Il Timor di Dio

Infatti, nella nostra lingua, oggi, la parola timore è sinonimo di paura: è difficile distinguere tra le due parole nelle nostre conversazioni. Nella tradizione giudaico-cristiana indica, invece, la consapevolezza della presenza di Dio, della sua potenza, della sua santità e della presenza, comunque, di un potere al di là di noi stessi.

È il contrario della pretesa di autosufficienza, in cui consiste appunto il peccato originale. Non siamo noi a fare le regole, ma è Dio a stabilire che cos’è bene e che cos’è male. Chi teme il Signore non teme di conseguenza nessun altro. La paura, dunque, non è il derivato del timore del Signore, ma la coscienza di aver sbagliato e quindi la necessità di espiare le conseguenze del male compiuto.

Il timore di Dio è perfettamente presente nelle ultime parole del cosiddetto buon ladrone.

La spiegazione nel Salmo

Ce lo spiega in maniera precisa, a mio parere, il testo di un salmo, il numero 34, che dice così: «Vi insegnerò il timore del Signore. Chi è l’uomo che desidera la vita, che ama i giorni in cui vedere il bene? Custodisci la lingua dal male e le labbra da parole di menzogna. Sta’ lontano dal male, fai il bene, cerca e persegui la pace».

Chiunque abbia “timor di Dio” si comporta così. Chi agisce diversamente ha smarrito il rispetto che deve alla presenza di Dio. Se dunque rileggiamo la scena sul Calvario e stiamo attenti al dialogo tra i crocifissi, capiamo esattamente che cosa voglia dire: nel momento in cui il ladrone riacquista il timore di Dio, si rende conto di che cosa è stata la sua vita e che la pena a cui è condannato affonda le sue radici nel male che egli ha compiuto. Egli è capace di riconoscere la signoria di Gesù, il fatto che Gesù sia il re, il signore. 

La concessione della salvezza

(Foto © Salvatore Ciambra)

Gesù si incammina verso il paradiso, innocente, ucciso da una combriccola di malvagi che non voleva rinunciare al proprio potere. È abbandonato da tutti, persino dai suoi amici che non hanno avuto nemmeno il coraggio di stare sotto la croce, dove rimangono invece le donne e il piccolo Giovanni. Muore nell’indifferenza di una città che continua a vivere tranquillamente, nel momento in cui un innocente viene ucciso. Come accade continuamente anche ai nostri giorni, spesso purtroppo, di fronte ai drammi della vita.

Gesù, innocente innalzato sulla croce,  concede al bandito che ne riconosce la signoria,  la salvezza. Ed ecco che nella morte non è più solo: con lui camminano tutti quelli che lo accettano, i diseredati, i poveri, i peccatori, i maledetti, tutti quelli che non hanno trovato altra salvezza sulla terra, tutti quelli che hanno il coraggio di dire: «Ricordati di me, Signore».

Riusciremo ad avere un tale coraggio? A rinunciare al nostro delirio di onnipotenza che ci illude di poter controllare tutto?