Se nei presepi è sempre messo un po' in disparte Giuseppe, il padre putativo di Gesù è invece una figura centrale che non ripudia Maria ed accetta di crescere quel bambino come fosse suo figlio
sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mt 1,18-19
In disparte, obiettivamente bisogna dirlo: tutta la tradizionale rappresentazione iconografica della nascita di Gesù, dalle esperienze pittoriche a quelle presepiali, fino alla versione cinematografica contemporanea mette un po’ in disparte Giuseppe, che il vangelo di Matteo definisce con un aggettivo che va molto al di là del significato che possiede oggi: giusto.
Il dilemma di Giuseppe
Giuseppe che era uomo giusto ha di fronte un dilemma fondamentale: credere a quella donna, a quella ragazza, che egli ama, e con la quale ha deciso di vivere la sua vita, oppure attenersi invece alla realtà dei fatti. Maria l’ha tradito con un altro, proprio quella Maria che egli tanto amava. Una situazione che avrebbe sconvolto la vita di chiunque di noi…

Deve decidere tra l’amore per Maria che gli ha raccontato quello che è accaduto e la realtà dei fatti che dice tutt’altro. Questo è Giuseppe che invece nei presepi è sempre messo un po’ in disparte, come uno che sembra non capire ciò che accade. Nel mosaico della Natività di S. Maria in Trastevere, Giuseppe è ai piedi della scena, seduto in maniera sconsolata.
E’ l’aggettivo giusto che ci consente di capire. Giuseppe si trova di fronte a una crisi esistenziale di eccezionale gravità che riguarda la vita personale, ma anche il legame sociale in quel piccolo villaggio della Galilea, in cui si sente pienamente inserito. E poi c’è tutta la questione legale, gravida di pesanti conseguenze per la vita stessa di Maria.
Un uomo giusto
Quest’uomo, questo giovane, messo sempre in disparte nelle grandi rappresentazioni della natività vive quei momenti in una terribile tensione esistenziale tra doveri formali, aspettative personali e una realtà fattuale sconcertante.

Era fidanzato ufficialmente con Maria: questo significava nella legge giudaica tutto un insieme di doveri e di diritti reciproci già vigenti. Proprio questo insieme di norme è violato dalla scoperta della gravidanza di Maria, avvenuta “prima che andassero a vivere insieme”. La sua amata Maria veniva così esposta a conseguenze pubbliche potenzialmente molto severe, che dipendevano soltanto da quello che Giuseppe avrebbe fatto.
Ecco l’emergere dell’uomo giusto che non chiede la soddisfazione della giustizia retributiva, quanto invece offrire una possibilità a quella donna con la quale aveva deciso di vivere insieme la sua vita. Pensate cosa deve essere successo nell’animo di quel povero giovane, dilaniato dall’esigenza di scegliere tra l’amore e l’evidenza dei fatti e dalla consapevolezza di quanto danno la sua scelta potrebbe causare.
La sua giustizia sta nella compassione: Giuseppe cerca la soluzione meno distruttiva possibile che almeno avrebbe preservato la vita di Maria e quella del bambino nel suo grembo.
La mediazione cognitiva
La giustizia di Giuseppe, antitesi dell’impulsività, è quello che la psicologia chiamerebbe una mediazione cognitiva, che l’evangelista stesso evidenzia con quel verbo “pensò”, una forza interiore, che consente a Giuseppe di agire sulla base dei principi più elevati anche nelle circostanze più difficili.

A quest’uomo “giusto” Dio affida il suo figliolo: padre putativo. Non era il vero padre di Gesù, secondo i legami del sangue, eppure accettò quel compito che ha consentito a quel bambino di crescere all’interno di una famiglia equilibrata e presente.
Custos pie, o devoto custode, lo definisce l’antico inno liturgico con cui la Chiesa celebra le feste a lui dedicate. Troppe volte i pittori l’hanno dipinto vecchio e sconsolato: Giuseppe è pienamente consapevole del suo ruolo di custode dell’infanzia e della giovinezza di Gesù, che grazie alla sua paternità comprende ancora meglio l’essere figlio.
E’ quello che fanno tutti i genitori adottivi e quelli affidatari nella grande missione di paternità e di maternità che viene loro affidata ben oltre le regole della natura. Grazie a Giuseppe e a tutti i padri putativi e al loro coraggio.



