Il digiuno dal male e l’abbuffata del bene

Isaia, diversi secoli prima di Cristo, ha chiarito il senso dell'astinenza dal cibo che tra pochi giorni la Chiesa proporrà ai cristiani. Non si tratta di privarsi di un alimento ma evitare il peccato dividendo il pane con l'affamato, ospitando in casa i miseri senza tetto, vestendo chi è nudo. Se così sarà fatto ogni ferita si rimarginerà

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.

Is 58, 7-8

Fra pochi giorni, la tradizione della Chiesa proporrà ai cristiani l’esercizio del digiuno. Si tratta di una pratica antichissima, presente in tutte le religioni, che però necessita di essere sempre riportata al suo valore originario. Digiunare oggi è addirittura una moda: le diete imperano, sappiamo tutto di proteine, grassi e zuccheri… è possibile che questa pratica igienica, o persino estetica, sia ciò che Dio ci chiede?

La lezione di Isaia

Ci sembra davvero un’incongruenza straordinaria. Già Isaia, diversi secoli prima di Cristo, ci teneva a chiarire il senso del digiuno: non si tratta di privarsi di un particolare alimento, ma del digiuno dal male e dell’abbuffata del bene, come mi piace chiamarlo: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, vestire chi vedi nudo. Se farai così, dice Isaia, la tua ferita, il tuo peccato, qualunque esso sia, si rimarginerà presto.

L’Innominato e Lucia

Sono le parole che Lucia dice all’Innominato, ne I Promessi Sposi: quella ragazza, terrorizzata dalla violenza, riesce a scorgere nell’uomo responsabile del suo male quella fiammella che può guarire la ferita di quell’uomo terribile:Dio perdona tante cose per un’opera di bene“. Questa frase penetra come una spada nella coscienza di un uomo che per tutta la vita si è nutrito del male.

Ma questo cibo non lo soddisfa più; avverte un vuoto che è la premessa di un digiuno, che si concretizzerà nella notte in cui deporrà armi ed orgoglio. La liberazione sarà completa con l’incontro con il cardinal Federigo, che, invece di respingerlo come un delinquente malfamato, lo accoglie come uno che finalmente si è liberato dal male e inizia a compiere il bene

Dostoevskij e Tolstoj

Anche Dostoevskij ci presenta il digiuno dal male con Raskol’nikov in Delitto e Castigo. Il giovane è prigioniero dell’idea che esistano uomini “superiori” a cui tutto è permesso, che debbano arrivare anche ad uccidere, pur di far trionfare ‘il bene dell’umanità’. Dopo l’omicidio della vecchia usuraia e della involontaria testimone del delitto, egli non vive la gloria che si attendeva dalle sue convinzioni e dai suoi gesti conseguenti, ma precipitazioni ammalato per una febbre isolante.

Lev Tolstoj

Il suo delitto è un cibo che lo divora, finché Sonja, che lo ama, nonostante tutto quello che Raskol’nikov ha compiuto, non gli offre la Parola che cambia la vita e lo porta ad accettare le sue responsabilità, nell’esperienza, dolorosa ma liberante, della Siberia.

Tolstoj, in Anna Karenina, ci presenta il giovane Levin, che vive un disagio esistenziale profondo. Intelligente ed aperto al professo umano, non trova il senso della vita, finché un contadino non gli suggerisce di ‘vivere per l’anima, secondo Dio’. Levin comincia così a digiunare dall’ansia di capire tutto con la sola ragione, accettando che il cuore può abbracciare ciò che la mente non contiene.

La debolezza di Erode

Il taglio della testa del Battista

Al contrario di lui, Erode cede al male:  ammira il Battista, resiste alle pretese assassine della moglie ma soccombe alla sua propria debolezza e alla sensualità di Salomè, compiendo l’irreparabile. Il taglio della testa del Battista è la dimostrazione di come il male possa corromperci, fino a farci andare contro le nostre convinzioni profonde.

E’ il significato dell’invocazione ‘liberaci dal male’, con la quale si conclude la preghiera  che Gesù stesso ci ha insegnato. Se non veniamo liberati, faremo la fine di Erode.

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