Il Dio che è di tutti: la bontà contro ogni uso del sacro come potere

Dal Salmo 144 alla Genesi, fino a Dostoevskij, una riflessione sulla vera natura di Dio: misericordioso, paziente e buono verso tutti. Un volto incompatibile con ogni uso politico o ideologico della religione, che trasforma il nome di Dio in uno strumento di dominio invece che di libertà.

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. 

(Sal 144)

Che splendide parole usa il salmista per descrivere chi è Dio: misericordia, pietà, grandezza nell’amore, lontananza dall’ira. Dovrebbero essere le virtù, i valori fondanti della nostra esistenza. E invece, guardandoci attorno, ci scopriamo travolti da comportamenti e atteggiamenti totalmente differenti dall’«essenza divina», come la chiamerebbe Battiato.

Polvere e soffio: chi è l’uomo

Il racconto della creazione nel secondo capitolo del libro della Genesi utilizza un’immagine efficacissima per farci comprendere, in poche parole, l’antropologia dell’homo sapiens: chi siamo.

Scrive l’autore che il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo, soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. È forse il versetto più conosciuto della Bibbia: un testo antichissimo, le cui radici affondano nei secoli precedenti a Cristo, interpretato in tante maniere diverse.

L’autore traccia in modo geniale chi è l’uomo e qual è il suo rapporto con Dio: se non ci fosse il soffio ad animare quel pupazzo impastato di polvere, l’uomo sarebbe, appunto, soltanto terra inerte, fragile e incompiuta. Soltanto grazie a quel soffio (che San Girolamo, nella traduzione latina della Bibbia, chiama spiraculum vitae) l’uomo fatto di terra diventa un essere vivente. Ma quella terra rimane, a ricordarci la nostra costitutiva debolezza, la fatica di staccarsi dal suolo. Se dunque l’uomo esclude Dio dalla sua vita, non è altro che polvere del suolo.

Il serpente e il sospetto

Nel capitolo successivo della Genesi, l’autore introduce un altro personaggio, sotto forma di serpente. Il suo obiettivo è insinuare il sospetto, abbattere la fiducia dell’uomo nel suo Creatore, fargli percepire Dio come un nemico, un avversario della sua autorealizzazione. Il serpente presenta Dio come un essere crudele, che invidia l’uomo e addirittura lo teme.

Al contrario, il salmista vuole insegnare la vera natura di Dio, che la sapienza di Israele comprende come buono, misericordioso, lento all’ira. Qualcosa di ben diverso dalle divinità delle popolazioni tra cui il piccolo popolo di Israele si muoveva: dèi crudeli e insaziabili nel chiedere sacrifici costosissimi, capricciosi, pronti a schierarsi a favore o contro i loro adoratori a seconda dell’importanza dell’olocausto propiziatorio offerto.

Israele, faticosamente e un passo dopo l’altro, si libera di queste incrostazioni grazie soprattutto all’insegnamento dei profeti, che fanno intravedere al popolo la vera realtà di Dio.

Dio non è il Dio di una fazione

Dio è buono verso tutti. Non è il Dio di una fazione, pronto a combattere in difesa degli interessi di prevaricatori violenti. Nessuno può vantarsi dicendo «Dio è con me»: il secondo comandamento — non nominare il nome di Dio invano — riguarda proprio l’utilizzo strumentale di Dio, il servirsi del Suo nome per i propri interessi personali o politici, che nulla hanno a che fare con la fede.

La fibia delle SS con la scritta “Dio è con noi”

Quanti esempi abbiamo, ancora oggi, di uso strumentale di Dio e della religione. Non è una novità: già Tacito, nelle sue Storie, individuava nella religione uno dei principali instrumenta regni: un concetto poi ripreso e codificato da Machiavelli. Basterebbe ricordare le centinaia di migliaia di morti provocate dalle guerre di religione in Europa, o i massacri delle Crociate. 

In tutti questi casi, Dio viene utilizzato da una parte e dall’altra per legittimare la propria volontà di potenza: una maschera efficace per coprire un dominio che, con la bontà di Dio cantata dal salmista, non ha nulla a che fare.

Il Grande Inquisitore e il paravento del potere

Viene in mente il terrificante e lucido monologo del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Davanti a un Cristo ritornato sulla terra, il vecchio Inquisitore rivendica il fatto che la Chiesa del potere ha dovuto correggere l’opera di Dio, sostituendo alla libertà della fede i tre strumenti del diavolo: il miracolo, il mistero e l’autorità. 

«Noi non siamo con Te, ma con Lui», confessa l’Inquisitore, svelando come il nome di Dio possa diventare il paravento dietro cui l’uomo nasconde il proprio assoluto e cinico desiderio di dominare gli altri uomini.