L'accoltellamento di Ferentino ci porta a rileggere la 'lettera agli ebrei': lì c'è l'invito ad accostarsi al trono della grazia per ricevere misericordia così da essere aiutati nel momento opportuno.
Manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
(Eb 4,14-16)
A che serve la fede? Nella tradizione della chiesa la Fede è una virtù teologale: vuol dire che è una dimensione essenziale dell’essere umano, dono di Dio per tutti gli uomini, che consente a ciascuno di superare molte difficoltà che la vita ci pone di fronte, grazie al rapporto diretto con il Padre che è nei cieli. Ci sono infatti dei momenti della nostra vita, in cui abbiamo assoluto bisogno di qualcosa che superi la nostra intelligenza, il nostro buon senso, la nostra forza, il nostro coraggio, che spesso non sono sufficienti ad affrontare situazioni tanto dure.
Il giudizio finale

Ci pensavo in questi giorni mentre si susseguivano le notizie di gesti inconsulti di alcuni dei nostri ragazzi, che rinunciano alla vita o adottano comportamenti che mai ci saremmo aspettati da loro. Infine, c’è il confronto definitivo, il duello in cui morte è vita si affrontano, come dice la Sequenza Pasquale. La Fede ci consente di giungere alla salvezza, a non temere la morte, il grande nemico della nostra esistenza intelligente, come lo definisce il libro di Apocalisse.
Nell’ultimo dei libri della Bibbia cristiana si parla del giudizio finale e si dice, con una immagine straordinaria, che ci saranno i salvati, che sono coloro che sono passati nella grande tribolazione. Chi può essere, dunque, salvato dalla morte? Dalla tribolazione?

Chi può meritare, essere degno di tutte le promesse che gli sono
state fatte dalla religione, che sintetizziamo nel termine paradiso, utilizzando ancora
la parola della traduzione greca della Bibbia che indica il giardino, un sogno per un
popolo abituato a vivere nel deserto, la condizione migliore possibile per loro.
Chi può dire: ecco io sono una persona buona. Nessuno, in effetti. Ognuno, se è onesto, deve riconoscere di aver compiuto del male e soprattutto di non aver fatto tutto il bene che avrebbe potuto fare, le “omissioni”. Certo, possiamo essere persone per bene, ma certamente non buone. Quindi non c’è speranza, siamo destinati ad essere giudicati colpevoli? Più volte nella Bibbia emerge la condizione dell’essere umano, incapace di reggere lo sguardo di Dio, il confronto di Dio.
Il salmo 129

Leggiamo nel salmo 129: Se tu, Signore guarderai il male che abbiamo fatto, chi potrà sostenere il tuo sguardo? Invece, le parole dell’autore della Lettera agli Ebrei spiegano esattamente perché non dobbiamo disperare di fronte al giudizio che ci attende.
Lo scrittore innanzitutto invita a mantenere la fede, nonostante tutto quello che ci accade e soprattutto nonostante i nostri limiti. E poi ci ricorda che saremo giudicati da uno che sa tutto della nostra condizione, delle nostre tentazioni, dei nostri limiti, perché, come ciascuno di noi, egli è stato messo alla prova, fino a quella finale, quella della sofferenza indicibile e della morte.
Questo lo sappiamo dalla nostra esperienza quotidiana: se abbiamo conosciuto il dolore sappiamo comprendere il dolore degli altri, se abbiamo conosciuto le tragedie capiamo la condizione di chi le vive. Così Gesù, che ci offrirà la misericordia di cui tutti abbiamo bisogno. Potremo essere soltanto noi a rifiutarla ma quel Gesù continuerà ad amarci lo stesso.



